domenica 11 marzo 2018

Dalla xenofobia al razzismo: perchè ora l'Italia è un paese razzista

La migrazione in Italia è diventata uno dei temi più caldi e difficili con cui il paese si sia dovuto confrontare dall'ultimo dopoguerra ad oggi, ha diviso i partiti, schierato le file dei politici, confuso i programmi elettorali, acuito il cambiamento di linguaggio adoperato nei media e alimentato una incredibile varietà di logiche fallaci di pensiero che lasciano ampio spazio alla diffusione di false notizie.
Per questo vorrei ripercorrere alcuni di quelli che sembrano i passaggi fondamentali di un sentimento collettivo che negli ultimi dieci anni (ma anche meno) è passato dall'essere xenofobia a razzismo.
Va detto innanzitutto che l'Italia è storicamente un paese di emigrazione e non di immigrazione, il fenomeno di immigrazione è infatti molto recente, inizia negli anni '60, prosegue negli anni '70-'80 con le migrazioni filippine e sudamericane, ma diventa "visibile" negli anni '90 con gli sbarchi dall'Europa dell'est.

Il fenomeno della emigrazione ha invece caratterizzato da sempre la popolazione italiana, dagli Stati Uniti al Belgio, dall'Australia alla Francia, l'Italia è famosa per la sua diffusione nel mondo, i suoi quartieri, i suoi cibi, il suo gesticolare, ma anche la sua mafia organizzata, e la sua presenza a rete familiare. Emblematico è il caso della Brexit che nasce e si è rafforzata anche a causa delle migrazioni europee, tra cui appunto quella italiana.
L'immigrazione in Italia ha visto diverse assimilazioni o quantomeno convivenze non conflittuali tra cui quella filippina, quella albanese, quella dell'est Europa, quella cinese, quella del continente indiano (Pakistan, India, Bangladesh).
Diverso è invece il caso di due migrazioni, quelle provenienti dall'area del Maghreb, in particolare dal Marocco e quelle provenienti dall'Africa subsahariana.
Quella nord africana, ha acuito la naturale xenofobia presente ad ogni ingente migrazione, in concomitanza con i fatti accaduti a seguito dell'11 settembre 2001, e rinforzata dagli attentati di matrice islamica estremista avvenuti successivamente in Europa a partire dall'attentato alla sede di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015. La migrazione nord africana è stata erroneamente associata all'immigrazione massiccia e ha innescato la paura del pericolo fisico, introducendo il sospetto che l'immigrazione non solo comportasse questioni legate alla condivisione del lavoro, degli spazi pubblici e di quelli privati (condomini, case popolari), ma comportasse un pericolo per l'incolumità fisica.
Alcune strategie comunicative nel frattempo sono state, volenti o nolenti, utilizzate per rendere accettabile l'immigrazione, in particolare in quanto come fenomeno nuovo non solo difficilmente gestibile dai governi, ma ancora più complesso per l'Italia, in quanto paese di approdo, bloccata dalla legge Bossi-Fini e anche da quelle europee, in particolare l'accordo di Dublino che attribuisce la responsabilità della domanda d'asilo ai paesi di primo accesso. 
In questo meccanismo legislativamente bloccato, la comunicazione che è stata adottata è spesso confluita nell'idea di sensibilizzazione a sentimenti di pietà, da un lato, in particolare da associazioni sul territorio che cercavano di favorire l'incontro, ma anche di creare una solidarietà caritatevole, e da discorsi di tipo economico dall'altro, portati avanti spesso da media e politica, che cercavano di portare alla luce i benefici economici della migrazione, ovvero una forza lavoro giovane in un paese in fase di invecchiamento in grado di garantire le pensioni, una forza lavoro che si adatta più facilmente a lavori che gli italiani si rifiutavano di fare ovvero il tipo di lavoro cosiddetto delle 5 P: Precario, Poco pagato, Pesante, Pericoloso e Penalizzato.

Quella subsahariana è però una migrazione massiccia e difficilmente contenibile nel numero utile di una forza lavoro a basso costo e pretese, ma soprattutto ha un elemento che non è nuovo (basti pensare al velo islamico) ma che è più impattante, ossia è incredibilmente visibile.
E' visibile innanzitutto per la rilevanza mediatica, i cosiddetti barconi, ma anche le rivolte del cibo, ed è visibile in quanto il fenotipo di chi migra dall'Africa subsahariana è immediatamente riconoscibile, completamente diverso da quello italiano e identificabile facilmente, in un unica parola è saliente e soprattutto favorisce un ragionamento per salienza.
Il corpo dei migranti è già vissuto dagli autoctoni come un corpo estraneo, quando anche più evidente e più visibile questo diventa "invadente", e nel caso dell'Italia smaschera una narrazione della migrazione già parzialmente errata ossia il discorso dell'accettazione per pietà.
Il corpo dei migranti subsahariani non risponde all'immaginario che ha permesso di "tollerare" la migrazione, ossia quella di profughi in fuga o (nel caso dei subsahariani) di bambini africani denutriti o in generale a quello di povertà e malnutrizione, e questo è in prima battuta vissuto come un tradimento, perchè evidenzia come uno dei pochi discorsi che rendevano accettabile l'immigrazione (per alcuni) fosse falso o quantomeno lo sia in questo caso.
Per capire quanto questo sia vero, basta osservare le bufale, la pancia della gente, che sono lo specchio di ciò che si pensa ma non si dice finchè non c'è qualcuno a dirlo per noi e quindi a legittimarlo, emblematica è infatti la bufala di Giobbe Covatta a cui sarebbe stata attribuita la paternità di questa frase: "Quando vedo sbarcare questi con ‘sti fisici, capisco che l’Europa non ha capito niente della situazione in Africa."
Per quanto questa sia una bufala, è stata condivisa centinaia di migliaia di volte e addirittura ha avuto due momenti di diffusione, uno nel luglio 2016 e uno nel febbraio 2018 e ovviamente non è la sola di questo tipo.
L'altro elemento che viene a cadere davanti alla massiccia migrazione subsahariana è il concetto di essere umano straniero come "risorsa", ovviamente non è possibile questo tipo di ragionamento perchè funziona solo davanti a una esigua migrazione che occupa precisamente i lavori meno appetibili  e quindi oltre a essere un tipo di discorso fallace in quanto poco utile nel lungo periodo, è anche un discorso enormemente sbagliato, perchè ha aperto le porte alla possibilità di rendere accettabili esseri umani stranieri solo se utili e in qualche modo sottomessi.
Sottomessi perchè produttivi a vantaggio degli autoctoni ma con condizioni di vita peggiori, i loro corpi sono stati resi visivamente accettabili solo in funzione di una loro produttività e utilità o estrema debolezza e remissività.
Riassumendo i modelli comunicativi che sono stati utilizzati, emerge che l'immigrato in Italia è stato considerato accettabile fintanto che era debole e bisognoso o utile e sottomesso, in ogni caso in una posizione di completo svantaggio o di produzione di utilità, è stato considerato in pratica, alla stregua degli animali ossia carino e da accudire o utile e da lavoro, altrimenti non un essere vivente ma un costo inutile e una scomodità a cui non siamo tenuti a sottostare. 
Ne è stata invalidata l'umanità alla base.
La migrazione subsahariana in particolare più di altre immigrazioni non risponde visivamente all'idea di debolezza, e qui la salienza gioca un ruolo fondamentale, perchè il nostro cervello si bassa in larga misura sugli elementi che percepisce, in particolare quelli visivi, inoltre essa non corrisponde all'idea di utile o sottomesso perchè abbiamo davanti molte persone che migrano ma non trovano lavoro e finiscono in circuiti poco "utili" agli autoctoni quali i narcotraffici, la vendita ambulante e la questua.
Questo si rende evidente dal momento in cui anche i sindaci invece di concepire la questua come un elemento di sussistenza lo asserisce tra quelli del degrado (ad esempio Genova e Varese),
Cosa diventa allora il corpo dell'immigrato subsahariano? 
Diventa elemento di pericolo perchè non è neutro in quanto visibile, ma non è debole e non è utile. Diventa un elemento di troppo, che in quanto riconoscibile assume una connotazione che non è più legata alla xenofobia cioè alla paura dello straniero, ma a quella del razzismo.


Anche in questo caso le bufale rendono questa problematicità evidente, ad esempio su voxnews, noto sito di bufale, viene riportato un articolo che indicherebbe come 9 su 10 spacciatori siano neri, a detta di un magistrato. Ci vuole poco a capire che questa è una bufala perchè nessun magistrato farebbe una statistica in base al colore della pelle, ma è evidentemente il modo in cui ragionano invece le persone che quella bufala la condividono. 
E qui arriviamo ai fatti che stabiliscono una linea storica di confine sulla presa di coscienza dell'Italia come paese in parte razzista: Luca Traini.
In un paese con alto tasso di femminicidi, si è scelto di dedicare la massima attenzione mediatica a un presunto omicidio compiuto da un nigeriano a cui ne è seguito un altro accertato compiuto da un tranviere milanese che invece è passato quasi inosservato. Al primo presunto omicidio è seguito poi l'atto di Luca Traini, ossia "vendicare" la ragazza sparando a uomini e donne dalla pelle nera.
La reazione politica e della popolazione è stata così blanda che a Macerata, le persone si sono sentite spaventate dai protestanti in manifestazione e la Lega, di cui faceva parte proprio Traini e che è stata accusata da Amnesty di propagare odio in particolare razziale, ha conseguito un risultato straordinario del 21% alle elezioni politiche.
Pochi giorni fa, a Firenze un uomo, Pirrone ha ucciso un altro uomo, Idy Diene perchè a suo dire voleva uccidersi ma poi ci ha ripensato e quindi per andare in galera, ha pensato di sparare 6 colpi non sul primo uomo che passava (un uomo italiano di famiglia) ma sul secondo, cioè un venditore ambulante di colore.
A scendere in piazza per una situazione così assurdamente drammatica e trattata come un semplice fatto di cronaca è stata la comunità senegalese di Firenze, insieme, fortunatamente, a degli italiani.
Durante questa manifestazione sono state rotte due fioriere, e a questo il sindaco ha risposto con un tweet, parlando di violenza non legittimabile.
A questo punto è il caso di accorgersi che la violenza in quanto condannata in egual misura è anche avvalorata in egual misura a due episodi, uno è quello della morte di un uomo e l'altro è quello della "morte" di due fioriere.
Questo non è solo un fatto assurdo, è un fatto che diventa l'emersione di un pensiero diffuso, per capirlo è utile allora riprendere il gesto di Pirrone e riflettere su cosa significa averlo superato come un semplice gesto di un uomo "stanco": Pirrone non era un uomo stanco ma ha ha fatto un preciso calcolo, ha stabilito chi meritasse di vivere e chi no, e ha stabilito che, nonostante lui fosse il primo a desiderare la morte, la propria vita valesse abbastanza da essere mantenuta, ha incontrato un altro uomo e ha stabilito che la sua vita valesse abbastanza da meritare di vivere, infine ha incontrato Idy Diene e solo guardandolo ha stabilito che la sua vita potesse essere sacrificabile in funzione di un proprio obiettivo personale per di più modificato nel corso della giornata.
Un sindaco ha stabilito che la morte di un uomo (la terza nella comunità senegalese per razzismo a Firenze) non potesse giustificare la fine accidentale di due fioriere.
La reazione davanti a questi fatti è stata troppo debole e completamente errata.
E' questo che ci dice che l'Italia è un paese razzista, perchè davanti all'attentato a Charlie Hebdo ci fu il silenzio, il dolore, la compartecipazione nazionale, ci si sentiva vicini alle vittime perchè simili, mentre davanti ai tentati omicidi fatti da Traini ci si è sentiti lontani dalle vittime, ci si è sentiti più vicini alla ragazza dipendente dalla droga uccisa o morta per overdose, ci si è sentiti lontani da Idy Diene ma non ci si è sentiti altrettanto lontani da Luca Traini perchè lo si è accomunato alla "gente stanca", Traini è stato pericolosamente equiparato alla gente stanca, ossia agli italiani.
Le reazioni a questi fatti, hanno dimostrato che l'Italia purtroppo valuta diversamente la vita di chi è nero da chi è bianco, che a prescindere da chi è vittima e carnefice si sente più vicina a chi è bianco e questo significa che l'Italia purtroppo è diventata a pieno titolo un paese razzista.

venerdì 2 marzo 2018

La violenza di non essere credute

Cosa hanno in comune le studentesse americane che hanno accusato i carabinieri di stupro, il caso di Federico Barakat e quello dell'omicidio delle due figlie e del ferimento grave della moglie da parte del carabiniere di Cisterna di Latina?
Le donne, certo, gli uomini ma non solo.
Quello che hanno davvero in comune questi tre casi è lampante eppure arginato come un fatto un po' triste, indignante ma bypassato dalla violenza del colpo finale, ridotto al senno di poi.
Quello che hanno davvero in comune questi tre casi è l'assoluta mancanza di credibilità che è stata data alle donne nel momento in cui a smentirle avevano il parere di un uomo, nonostante tutti i fatti e le evidenze fossero a loro favore.
Due di questi tre casi sono ancora in fase di discussione, un raptus? Un problema psichiatrico?
Ci si sofferma sulle cause, ci si sofferma sull'uomo, su cosa l'abbia "sguinzagliato", cosa abbia creato quest'idea malata, sull'idea di eccezionalità, di deviato e non ci si sofferma sul contesto, sul normale, il quotidiano. Nessuna delle persone coinvolte era sola o isolata, nessuna di loro era la vittima silenziosa, la donna inerme. Eppure quando sentiamo queste storie tutto porta a credere che in fondo lo fossero, che non ci fosse realmente nessuna distanza, nessun ostacolo tra loro e l'aggressore, in uno la madre non era stata ascoltata alla richiesta di tenere il figlio lontano dal padre perchè pericoloso, non era stata considerata nonostante avesse paura anche il figlio, nell'altro non era stata ascoltata né aiutata, eppure si era rivolta a tutti, eppure la paura era verso una persona armata che aveva avuto episodi in pubblico, chiamava spesso in toni preoccupanti, aveva manifestato episodi di violenza e paranoia, ma soprattutto aveva una pistola.
Il terzo caso invece è addirittura tutto basato unicamente sulla credibilità, due ragazze denunciano uno stupro, i carabinieri che accusano dicono che non è vero, è la loro parola contro quella dei carabinieri? 
Non proprio.
In effetti ci sono anomalie che già dovrebbero dare a intendere che tra le due parti in causa, una non sia molto attendibile, infatti i carabinieri non dovevano pattugliare la zona del locale, ma si sono stanziati e non l'hanno riportato come sarebbe d'obbligo, e non hanno denunciato il fatto di far salire in macchina le due ragazze e anche questo nel loro mestiere è una grave negligenza. Eppure, a essere interrogate 12 ore con domande assolutamente inappropriate e inutili al caso, sono state le due ragazze, e sono state screditate anche sui social, insultate, vessate, accusate di stare mentendo per avere i soldi di un'assicurazione che a noi appare strana ma in U.S.A. è semplicemente lo standard. Cioè si è preferito credere che due ragazze in un paese straniero, accusassero due uomini delle forze dell'ordine di stupro mentre erano ubriache montando un caso prevedibilmente internazionale e una causa legale prevedibilmente lunga e faticosa per ottenere i soldi di un'assicurazione standard, piuttosto che credere che forse due carabinieri che hanno omesso i loro spostamenti e le loro azioni in servizio non abbiano abusato del proprio potere.
Come altre due ragazze: Greta e Vanessa, che sono state insultate e screditate persino dai politici, non si perdonava loro, ragazze italiane, di aver scelto di andare in Siria come volontarie, ad aiutare in nome una causa considerata giusta, ma soprattutto non si credeva che potessero essere andate per semplice spirito umanitario, le motivazioni che sono state attribuite sono andate dalle accuse di esibizionismo a quelle di lussuria, i loro rapporti con i rapitori sono stati scritti e riscritti a causa di bufale e illazioni un numero esagerato di volte.
Persino un noto politico ha retwittato una bufala in merito, senza nemmeno chiedersi se questo fosse vero, ha subito adottato e condiviso una versione dei fatti dannosa e assurda perchè nel suo cervello era semplicemente più credibile del contrario, non ha avuto nessun dubbio.
E Asia Argento? Dopo il caso Weinstein in Italia si è scelto di aggredire lei invece di chi aveva compiuto un abuso di potere, si è scelto di accusarla di non avere, in fondo, abbastanza motivazioni per denunciare Weinstein, non era credibile che lei l'avesse detto solo ora, (nonostante anche tutte le altre celebrità siano emerse con la propria storia solo dopo la prova di una registrazione) non era credibile che fosse un fatto traumatico se aveva preferito non denunciare e portare avanti la carriera, Asia Argento non era credibile e andava punita con gli insulti perchè rovinava un uomo.
Emblematica è la dichiarazione della modella Ambra Battilana proprio in merito al caso Weinstein, "Ho registrato perchè altrimenti non mi avrebbe creduto nessuno".
Così le madri, le mogli, le ragazze e i figli non sono vittime senza voce, ce l'hanno la voce, e anche forte, e hanno perseveranza e molto più coraggio di quanto si attribuisca loro nel nostro immaginario collettivo che le relega a vittime che subiscono in silenzio, solo che non vengono ascoltate, non vengono prese sul serio, le donne si sa che sono esagerate.
Perchè Kim Cambpell, ex primo ministro del Canada deve avvertire le donne che portare vestiti con le spalline possa cambiare la credibilità? Perchè anche se può non piacere e a me per prima non piace, è vero.
Perchè moda e politica sono considerati due mondi a sé e il primo è associato alle donne, perchè che sia la Boschi o la Boldrini quello che interessa per primo non è cosa abbiano da dire ma come sono vestite, se sono belle o brutte e in funzione di questo spesso vengono attaccate politicamente, normalmente con l'assioma brutta- frustrata/ senza sesso/ che non vale la pena ascoltare oppure bella - stupida/arrivista/incapace/solo utile al sesso.
In ogni caso la donna non è credibile.
Celebre è il caso dello stupro con jeans, dove a essere più credibile della donna sia stato persino un indumento.
Lo stupro è emblematico della credibilità, perchè dimostrare uno stupro significa dimostrare che non ci fosse consenso, è la parola della vittima contro quella dello stupratore, lì entra in gioco la credibilità della donna che è labile, e negli stupri questo è lampante: le donne in fondo lo vogliono, quando ti dicono no significa sì, in realtà le è piaciuto, è che non sanno bene cosa vogliono, è che magari lo volevano e poi se ne sono pentite, è che in fondo lo volevano e quindi non si sono opposte davvero, perchè non sono scappate? Perchè non hanno reagito abbastanza? Perchè non ci sono ferite? E poi era una che aveva una vita sessuale molto attiva, era bisessuale, non aveva un fidanzato. 
Queste sono solo alcune delle affermazioni che sono emersi finora dalle fogne di pensieri reconditi e sottintesi o palesi quando avvengono stupri compiuti da italiani, basta guardare i commenti sotto qualsiasi notizia di stupro per trovare di questi pensieri messi per iscritto con tanto di nome e cognome, che siano uomini o donne.
Non sono solo le tragedie a dirci che le donne non sono credibili, sono gli atti di tutti i giorni, sono l'attribuire il ruolo di maggior prestigio, tra uomo e donna, sempre all'uomo nonostante segnali contrari, sono lo stringere la mano prima agli uomini in un incontro formale, il considerare come valide prima le idee maschili anche quando ad avere più esperienza è una donna, sono il mansplaining, le battute sul guidare, sulla capacità di capire qualsiasi cosa che non siano vestiti e scarpe e così via.
La violenza sarebbe evitabile o quantomeno arginabile se chi è intorno alle donne e ai loro figli che si sentono in pericolo le prendesse davvero sul serio anche quando dall'altra parte c'è un uomo che dice che non ce n'è motivo (ma tutti i segni portano a credere che invece ce ne sia eccome).

mercoledì 28 febbraio 2018

Elezioni Italiane 4 marzo 2018

Lo ammetto queste elezioni mi hanno lasciato senza parole per molti giorni, tra nostalgici di un fascismo immaginario, razzismo, arroganza, violenza e fake news, non sono sinceramente riuscito ad elaborare qualcosa da dire che non fosse trito, spaventato o frutto del momento.



In queste ultime settimane, ho avuto discussioni su discussioni, in particolare trovandomi a cercare di smontare le fake news nei contatti che avevo tra gli amici o esterni quando queste servivano ad argomentare un discorso politico, almeno, mi dicevo, faccio quel piccolo lavoro che anche se mi consacra a rompipalle. Perchè? Perchè magari è utile, magari anche per sbaglio uno poi ripensa a come ci si informa, nel piccolo, nel microscopico, nella goccia nell'oceano.
Ma l'oceano non è in fondo un insieme di gocce?
Comunque è stato a dir poco sconfortante.
La risposta davanti alla scoperta di fake da parte di chi le aveva condivise è stata principalmente:
"Rappresenta comunque quello che penso quindi tengo il post" - e intanto aumentavano le condivisioni... oppure: "Non è vero ma potrebbe succedere".
In entrambi i casi la risposta è no, non è accettabile.
Non è accettabile pubblicare contenuti falsi perchè non importa se potrebbe succedere o se quello è anche il tuo pensiero, sono falsi. Questo vuol dire che non sono successi, che senza il fatto resta solo il tuo pensiero ma che a quanto pare quel pensiero non riesce a reggersi da solo e ha bisogno di menzogne per essere trasmesso.
Non è accettabile perché le bufale nascono con precisi scopi, ognuno di questi contenuti porta con sé il proprio obiettivo che il più delle volte è indignare qualcuno tramite il titolo, far cliccare sul link, far guadagnare soldi tramite la pubblicità presente sul sito e magari far aumentare un certo tipo di opinione, un tipo di opinione che ha bisogno di queste false notizie.
Ma le bufale, soprattutto di matrice politico/sociale, non sono tutte uguali né rappresentano tutte le idee politiche, bensì ne rappresentano solo alcune, ve ne sarete accorti, sono  quelle più semplici, quelle di pancia, quelle che potrebbero (ma non dovrebbero) farci reagire immediatamente con un click e una condivisione, perchè appunto l'obiettivo non è altro che farle diffondere il più largamente e il più velocemente possibile.
Per questo la bufala è pericolosa, non importa che ne condividiate il pensiero alla base, se è così scrivetelo a nome vostro, prendetevi la responsabilità anche di ricevere opposizioni invece di coprirvi vigliaccamente dietro un fatto inesistente o un personaggio noto. 
La bufala non solo diffonde il falso ma alimenta una modalità di pensiero che spegne la capacità di verificare e argomentare, di andare oltre la sensazione di pancia, ma sopratutto oltre quella piccola soddisfazione che dice al nostro stomaco "ecco quello che temevo allora è vero, ho ragione."
E lì, in quel fomento entra una politica che ti rinforza, ti dice che sì hai proprio ragione, che è proprio così semplice, che chi è dissidente è un rompicoglioni, che all'ingiustizia non ci sono argomenti e tu, che ti senti trattato ingiustamente, puoi non averne. Perchè la gente (chi è la gente poi?) è stanca, e allora si sa che da stanchi si pensa poco e male.


Ecco di questi due processi, le bufale e il rinforzo all'insoddisfazione a scapito di argomenti, non bisogna fidarsi, mai. 
No no proprio mai, qualsiasi sia il partito, la fazione o il nome.
Perchè realtà e politica non sono semplici, non lo sono mai e alla mancanza di argomenti non ci sono giustificazioni, alla menzogna non ci sono giustificazioni, ce lo siamo dimenticati a forza di essere rinforzati ma è ancora così.
Chi vi semplifica la realtà in questo modo vi sta mentendo, so quanto il nostro cervello avrebbe bisogno di rilassarsi godersi i sentimenti, anche negativi e smetterla per un po' di controllarli e tenerli a bada, smettere di pensare e dover trovare sempre argomenti validi per sostenerli, chiudere sé stessi in principi, dover distinguere tra salienza e tendenza reale, la verifica delle notizie. So quanto sia difficile dare torto a sé stessi soprattutto quando le cose non vanno bene, è dura, è una fatica colossale, mentre è davvero bello poter semplificare, comprendere finalmente qualcosa, sperare in una soluzione semplice, incolpare qualcuno e riversarci sopra tutte le proprie frustrazioni, è molto più facile ed è anche una gran soddisfazione, però è sbagliato lo stesso, le cose andranno solo peggio. Non viviamo in una società fatta di intuito e reazioni a pelle perchè, anche se a tutti piacerebbe essere speciali, così speciali da azzeccare la reazione giusta e la verità al primo colpo, questo è quantomeno improbabile (no voi non siete l'eccezione e nemmeno io) se non impossibile quando si parla di tematiche a variabili multiple come la politica, la società e la migrazione.
Ma almeno due cose si possono fare, soprattutto in vista di queste elezioni politiche, in vista del 4 marzo 2018: accettare il dubbio come elemento giusto, e accettare che la società e la politica non sono semplici, ma complesse.


Dubbio
Lo so che il dubbio ci fa sentire deboli, ma il dubbio davanti al nuovo è normale, badate non la diffidenza ma il dubbio. Dubbio vuol dire sapere di non avere tutti gli strumenti per avere in tasca la verità assoluta, significa non accettare a priori qualcosa che sembra giusto e alimenta i nostri sentimenti peggiori, quelli che ci fanno bruciare un po' il diaframma, ci danno quella scossa di energia e il sangue al cervello. 
Mettete il dubbio prima di ogni azione quando qualcuno vi promette un io sopra tutti, o vi indigna, o vi semplifica la realtà con soluzioni banali e semplici a temi complessi. Ma soprattutto ponetevi il dubbio quando qualcuno vi da ragione, perchè dar ragione è il modo migliore per prendere dalla propria parte qualcuno, che sia un media o un politico, mettete in dubbio, informatevi da fonti attendibili (molte non lo sono).
Bisogna prendersi la responsabilità di ciò che si dice, di ciò che si diffonde, ma anche di ciò in cui si crede. Non importa se state pensando esattamente quello che viene detto tramite una notizia falsa (davvero non vi viene nessun dubbio sul fatto che a questo pensiero serva una notizia falsa per essere accettato e diffuso?), se pensate qualcosa ditelo voi, un vostro pensiero è una vostra responsabilità, altrimenti forse quel pensiero che condividete ma non dite non è tanto accettabile; se non siete in grado di portarlo avanti in prima persona e senza artifizi ponetevi dei dubbi, ci hanno fatto credere di essere stanchi e di poterci comportare come dei bambini che sbraitano e tirano oggetti e invece siamo abbastanza forti da sostenere l'incertezza del nostro pensiero, affrontiamolo.
Ebbene sì è una responsabilità singola, non importa quanto ci vadano male le cose, è una responsabilità verso sé stessi e gli altri e i posteri, non siamo soli, non c'è scampo per fortuna.

Accettare la complessità
La realtà è complessa, punto, non piace a nessuno. Le tasse che aumentano non sono proporzionali alla migrazione, il vaccino non esiste solo in funzione di aziende cattive, l'euro non è solo una moneta da adottare o meno ma un insieme di trattati codipendenti e così via. Fa paura?
Un po', per questo però c'è un rimedio, ed è l'etica.
L'etica è sia un insieme di norme e di valori che regolano il comportamento dell'uomo in relazione agli altri sia un criterio che permette all'uomo di giudicare i comportamenti, propri e altrui, rispetto al bene e al male; è differente dalla morale perchè l'etica ragiona sulle motivazioni che portano ai principi etici, la morale è in qualche modo un risultato di questo ragionamento. 
L'ho semplificata molto.
Certo tanti potrebbero pensare che è un ragionamento buonista, ma sinceramente non mi interessa discuterne più, se tutti fossimo "buonisti" termine promulgato da chi voleva alimentare la vostra pancia e prendersi il vostro voto con un discorso semplice in cambio della vostra rabbia cieca e della vostra stanchezza, in realtà il mondo sarebbe un paese migliore per tutti. Sarebbe veramente meglio infatti se le persone invece di cercare di non rischiare di dare via la propria bontà per errore e centellinarla su un ragionamento di costi - benefici, fossero sempre "buone", immaginate se la vostra vita fosse piena di buonisti che invece di approfittarsi della vostra debolezza, invece di intascarsi dei soldi che non gli sono dovuti, invece di non pagarvi gli straordinari perchè non gli conviene, non richiamarvi perchè è una gentilezza inutile, invece di calcolarsi quanto gli conviene essere d'aiuto, pensate quanto sarebbe meglio se fossero tutti dei poveri buonisti.  
La parola buonismo usata come è allo stato attuale, è un modo per giustificare il proprio diventare carnefici, è il giustificare il proprio odio, trovargli uno spazio forzato dove non dovrebbe averne, in una società che in quanto democrazia basata su principi specifici
Ma è qui l'errore, ed è qui anche la morale, l'odio sui deboli non si può proprio giustificare, si può ribaltare il dizionario mille volte, inserire neologismi, ma non si può fare, non si può giustificare l'odio generalizzato, nessuno, nemmeno se accusa gli altri di buonismo, nemmeno se è stanco da non stare in piedi si può sentire in diritto di essere un carnefice, e non importa quanto vi sentiate frustrati dal mondo, se diventate carnefici lo siete e basta, non c'è argomento che tenga, se propagate odio, quello continuerà a circolare anche senza il vostro controllo, avrà forme imprevedibili e socialmente ne siete responsabili.. 


Quello che sta avvenendo in Italia, tra falsità, salienza, fomento e rinforzo, incompetenza e confusione è quello che è già successo in Germania prima della seconda guerra mondiale, no non il nazismo con le sue divise e i suoi stemmi (per quanto ci siano tanti simpatizzanti), qualcosa di più subdolo, quell'impalpabile che sta facendo rizzare i capelli al mondo sulle elezioni italiane al punto da dover parlare nuovamente di antifascismo come elemento necessario e non solo alla base della Costituzione Italiana, qualcosa che ancora fa vergognare i tedeschi e non è un uomo coi baffetti ma è la caduta morale della popolazione.
Quello è il macigno che ha cambiato la storia dell'Europa, non un uomo, non i simboli ma la caduta morale del popolo, di chi era pronto a sostenere qualsiasi affermazione gli promettesse di semplificare la realtà a prescindere, qualsiasi partito sostenesse di migliorare la vita a prescindere da chi ne avesse pagato le conseguenze, a prescindere da quali fossero le conseguenze.
E' quel a prescindere che è una caduta morale, quel pensiero per cui in nome del sentirsi calpestati dalla vita, dai politici, dal capo, dalla donna o dall'uomo che ci hanno lasciato, dalle tasse, ci si sente in diritto di calpestare qualcun altro o negargli diritti fondamentali.
Quello  è sbagliato, punto. Pensare che in Italia, si possa sparare per tre ore a chi ha la pelle nera perchè "la gente è stanca", quello è un sonoro a prescindere che dovrebbe farvi venire i brividi persino se un po', in fondo all'anima, qualcosa spinge per dire che la gente è davvero stanca in fondo. Si può essere stanchi ma non c'è giustificazione nello sparare ad innocenti, non ce n'è nemmeno ad odiare degli innocenti, o a chi ha bisogno e con quel bisogno concorre con noi ai nostri bisogni.
Sembra assurdo doverlo scrivere nel 2018 ma nessuna stanchezza può giustificare violenza, odio e privazione, niente giustifica i carnefici.
L'io sopra tutti in una società è una bufala, è la più grande bufala che vi possano raccontare, l'io sopra tutti esiste solo in dittatura e fidatevi quell'io non siete voi e nemmeno io, dittatura è uno su tutti gli altri, 1 su 60 milioni, non è una grande probabilità che quell'io siate voi o io. 
A queste elezioni 2018 allora andateci sapendo che non importa quanto siate stanchi, la realtà è complessa e l'opinione deve essere basata su argomenti solidi, qualsiasi siano, devono essere veri, sensati e dimostrabili, perchè l'opinione è una responsabilità.

Sdrammatizzando (ma nemmeno molto) l discorso più sensato e drammaticamente lucido sulle elezioni italiane (o quantomeno con il miglior connubio godibilità/senso) è stato quello di John Oliver, che è un comico britannico, e che con argomentazioni valide ha definito Berlusconi tragicomico, Di Maio incompetente, Renzi fallimentare e Salvini velenoso e tossico e ha puntato lo sguardo europeo sulle preoccupanti elezioni del nostro paese.
Guardarlo accettando che molto probabilmente non ha tutti i torti, potrebbe essere un buono modo di rivedere queste elezioni e i suoi terrificanti candidati, ricordandosi che questi nomi non sono le uniche opzioni.

mercoledì 6 dicembre 2017

Capire la gentilezza e le sue deformità

Oggi parliamo della gentilezza.
Innanzitutto cos'è la gentilezza? 

Dalla Treccani:

gentilézza s. f. [der. di gentile1]. – 
1. ant. Nobiltà, sia ereditaria sia (secondo l’interpretazione degli stilnovisti) acquisita con l’esercizio della virtù e con l’elevatezza dei sentimenti: prende amore in gloco (Guinizzelli). 
2. a. La qualità propria di chi è gentile, nei varî sign. dell’aggettivo: gd’aspettogdi modi; e in senso morale: gd’animodi costumidi sentimenti. Più com., amabilità, garbo, cortesia nel trattare con altri: persona di squisita g.; la sua innata g.; è di una graraincomparabileper g., formula di cortesia nel chiedere un favore, un’informazione e sim. 
b. Atto, espressione, modi gentili: fare una g., usare molte g., colmare di gentilezzegli disse delle g.; trattareaccogliere con gran gentilezza. Spesso iron.: fammi la gdi levarti dai piedim’ha dato tutti questi epiteti e m’ha detto altre simili g. (cioè insolenze, impertinenze).


Ma la gentilezza è prima di tutto uno strumento per aprire e gestire un canale di relazione e comunicazione con l'Altro, soprattutto con l'estraneo o il conoscente, perchè la gentilezza si compone al contempo di distanza e amabilità.
All'interno di una società delle comunicazioni multiple,  strutturare un comportamento di relazione sulla gentilezza può essere qualcosa di sottovalutato ma assolutamente rivoluzionario.
Le comunicazioni che creiamo sono estremamente differenziate tra loro, sia per modalità, ovvero possono essere fisiche con presenza e linguaggio non verbale, solo verbali, scritte o per immagini.
Ma sono anche differenziate nel tempo, da quelle a tempo zero come una conversazione telefonica o in presenza a quelle dilazionate, come le mail, i messaggi vocali di whatsapp.
Infine cambiano anche in base all'interlocutore, una telefonata è diversa da una mail di gruppo, da un post sui social network e infine dai commenti ad un post.


Nei rapporti commerciali, la gentilezza è la chiave per una transazione vincente, sono gentili infatti, i  lavoratori dei call center, sono gentili i commessi, sono gentili i rapporti formali via mail tra i diversi uffici (almeno all'inizio o nella formula commerciale della mail).
Ma la gentilezza non solo stabilisce un approccio, è infatti anche un chiaro strumento per stabilire la disparità di potere, infatti il commesso è tenuto ad essere gentile, il cliente no, e anche quando non lo è, può comunque continuare a pretendere gentilezza dal commesso.
Il capo di un'azienda merita gentilezza e rispetto ma non è tenuto a restituire lo stesso tipo di relazione e più il dipendente è in una posizione di debolezza, meno saranno le conseguenze per il capo.
La gentilezza viene quindi distorta in quanto resa coatta in una relazione e una comunicazione dove non c'è una risposta reciproca, è quindi strumento di relazione, ma come espressione di potere.

La gentilezza con cui veniamo a contatto più spesso, quella commerciale, è quella invece che ha un secondo fine, un obiettivo da ottenere, a differenza di quella come forma di ricatto come nel caso dei rapporti lavorativi fortemente impari questa è una forma di manipolazione come nel caso di una proposta di vendita
Possiamo quindi già stabilire due forme di deformazione di utilizzo:

  •  è  ricatto quando la non gentilezza comporta una sanzione, (perdita del lavoro) 
  • è manipolazione quando la sua assenza non comporta uno specifico vantaggio
Nella sua massima espressione di devianza, la gentilezza è utilizzata per compiere un danno, abbassando le difese dell'Altro, è il caso dei truffatori, e dei bugiardi.

Questo succede perchè la gentilezza è potente, è in grado di abbassare le difese e farci acquistare più volentieri, fidare più facilmente, esattamente come la bellezza, la gentilezza è in grado di farci sentire al sicuro, di farci stare bene.
Se la gentilezza di ricatto, usata da chi è in posizione di debolezza è uno strumento per non ottenere una sanzione, e la troviamo dove vi è una gerarchia netta e quindi in pochi, chiari rapporti, la gentilezza di manipolazione, che potremmo chiamare commerciale, è presente intorno a noi polverizzata in moltissimi ambiti e comunicazioni. Ha infatti talmente tanto pervaso il nostro habitat in un modo perverso da aver generalizzato le sue componenti a tutto il concetto di gentilezza rendendola sospetta.
Si tratta di una gentilezza impastata e confusa con il marketing che, essendo utilizzata per ottenere qualcosa in cambio, rende il soggetto ricevente, l'Altro, un bersaglio (letteralmente un target) e quindi in situazione di debolezza, perchè deve costantemente proteggersi dall'abbassare la propria difesa con il rischio di effettuare azioni che non avrebbe voluto compiere (come un acquisto non programmato che punta sul piacere ma rischia di essere un problema economico).
Chi riceve costantemente questa forma di debolezza, per proteggersi deve sistematicamente porre una minore fiducia nei rapporti.

Svalutando una modalità di relazione così importante come la gentilezza, due diventano le conseguenze più evidenti:
  1. la prima è che ora chi parla e scrive in modo ironico, acido, aggressivo, visibilmente offensivo, finisce con l'essere associato all'onestà, in quanto privo di quel codice di comportamento che noi abbiamo imparato ad associare alla truffa, alla menzogna e al secondo fine. Di conseguenza la gentilezza può essere associata all'essere stupidi, alla fiducia malriposta, è lo stesso modus operandi con cui si è arrivati all'abuso del termine "buonismo", che da modalità fallace di interazione con gli avversari è diventato associabile a qualsiasi azione o comportamento che richieda un sacrificio di risorse senza ottenere in cambio un vantaggio. Il problema non è l'atto quindi, ma il cedimento di risorse, che viene dissociato dal motivo per cui lo si compie, ma associato allo spreco e alla fiducia malriposta in chi lo riceverà.
  2. la seconda è che quella gentilezza manipolatoria che è tipicamente commerciale, non si è solo fermata ad una cortese formalità, ma si è evoluta e si sta evolvendo sempre più in una forma che non è più solo di gentilezza e quindi di distanza ma inizia ad assumere la forma amicale, confidenziale, e ora abbiamo account social di aziende che "parlano" come se fossero i nostri migliori amici, ma più gentili, mutando ulteriormente la gentilezza come strumento comunicativo in intimità, quindi meno formale, più diretta ma sempre amabile.
La gentilezza, quella vera, è quella senza secondi fini, se non quello di sentirsi bene per aver fatto sentir bene qualcun altro, un piccolo egoismo che possiamo davvero permetterci.
La gentilezza è quell'atto che non solo stabilisce una relazione di rispetto e richiede lo stesso trattamento ma può generare anche gratitudine, un altro sentimento molto difficile ed estremamente potente che nasce appunto da un primo gesto di dono, spontaneo, gratuito e apparentemente immotivato. Può essere il far sedere una persona sull'autobus perchè è anziana ma anche per un motivo meno legato all'obbligo sociale, può essere far sedere una persona che è visibilmente molto più stanca di noi.

Allora la gentilezza, è anche dono e in una forma spontanea di questo tipo, matura anche un'altra componente che è prettamente di natura sociale oltre alla distanza e all'amabilità, quella dell'attenzione.

Attenzione a chi abbiamo di fronte, alle dinamiche che lo coinvolgono, ai sentimenti e alla situazione di chi è al di fuori di noi e del nostro mondo e del nostro punto di vista, dei nostri problemi e delle nostre gratificazioni, della nostra sensibilità.

Come si forma la concezione di gentilezza? Fin da piccoli siamo stati abituati alla gentilezza nei confronti di tutti ma in particolare di chi poteva esercitare un potere su di noi, come strumento di protezione, le maestre,  gli adulti estranei, ma anche come forma di rispetto e cura come la gentilezza verso un bambino con problemi familiari o le persone più anziane.
La seconda è la modalità che include l'attenzione, ma la prima è la gentilezza come merce di scambio per non rischiare di ottenere qualcosa di spiacevole.

La funzione della gentilezza è chiaramente qualcosa di molteplice e per non confondersi bisogna ricordare che ha comunque una funzione primaria che è quella di aprire un canale di relazione e comunicazione che parta con un piede giusto, diventa molto meno faticoso e molto più semplice sopravvivere alle dinamiche tortuose e sofferenti della gentilezza, se si tiene a mente questo concetto, anche perchè permette di mantenere un rispetto non soltanto per l'Altro, verso cui stiamo aprendo quel canale, ma anche per noi stessi, se la risposta è aggressiva, sgarbata, o offensiva, la gentilezza non ha più senso e allora sappiamo che è qualcosaltro.

Capire questo concetto ci permette anche di smascherare le tattiche di comunicazione volte a manipolarci, farci indignare, farci acquistare, la gentilezza non ha un secondo fine, in risposta a un comportamento sgarbato e protratta rischia di essere una forzatura manipolatoria o una disparità di potere, e quando non è il primo modo per aprire un dialogo, chiediamoci perchè.

La gentilezza permette di creare spazi di discussione reale, non basati sul codice di linguaggio ma sul contenuto perchè stabilisce una base di rispetto reciproca da cui partire, consente di trarre gratificazione dalla felicità altrui, e soprattutto di ridurre la distanza tra forza e debolezza, perchè diciamocelo, essere deboli, malati, stanchi, vecchi, immigrati, stressati, usurpati, sfruttati, tocca a tutti in un momento o l'altro, per questo conviene creare circuiti virtuosi in ogni possibile occasione in cui si è i forti.




venerdì 21 luglio 2017

Imbarazzismi di genere negli spot - Scivoloni o finestre sul tema?

Quando parliamo di pubblicità, il tema sessismo fa subito capolino, oggi parliamo di trattamento di donne negli spot e non solo, partiamo da un'analisi dei ruoli tipici per arrivare a quelli che sono quei momenti di seccante imbarazzo, quegli scivoloni poco piacevoli di quando una pubblicità viene vista come sessista, si scatena il web e l'azienda deve fare le solite scuse e una poderosa marcia indietro.

Ma partiamo dai ruoli delle donne in pubblicità, versione 2.0, quali sono? (non li analizzeremo tutti, ma quelli più dannosi)




La mamma è senz'altro il primo archetipo, la mamma è divisa in due grandi filoni, uno è la mamma focolare della casa, ormai piuttosto fuori moda e poco presente, l'altro, più moderno è la mamma iperattiva e tonica, più plasmata sui ritmi moderni. Si caratterizza per essere particolarmente giovane, molto in forma e con un abbigliamento neutro, non sessualizzato, scarpe comode, jeans/pantaloni, camicia/maglia poco scollata e preferibilmente a maniche lunghe, i capelli sono "sotto controllo", in un velo virtuale, ovvero non si muovono, non sono ondosi, non sono scomposti ma vanno dal corto al molto riccio al molto liscio o fermati. La mamma iperattiva è raccontata come la responsabile della casa, dei figli e dell'igiene, infatti è normalmente il testimonial di tutto ciò che riguarda la salute dei bambini, l'igiene della casa, la cura. è la supermamma che lavora, ha poco tempo ma è attiva, in forma, giovane e furba, ce la fa grazie ai prodotti venduti. L'esempio più evidente è quello della pubblicità della Lysoform.

La donna oggetto, non ci giro tanto intorno, questo tipo di testimonial è presente in vari modi più o meno espliciti per essere l'oggetto del desiderio dello spettatore o del protagonista dello spot. A volte viene utilizzata una testimonial famosa, per essere più accettabile, infatti possiamo evidenziare che la pubblicità con esplicito desiderio sessuale come incarnazione di prodotto è sempre più difficile da far passare senza critiche, il testimonial, in quanto già incarnazione vivente di sessualità riesce a evitare lo scivolone, e in effetti assistiamo a un aumento dell'uso dei testimonial di fama, in controtendenza rispetto agli anni precedenti. Un esempio di questo tipo di caratterizzazione è la pubblicità della Schwepps.
La donna oggetto può essere la donna che si rende disponibile al protagonista facendogli compiere azioni buffe, eroiche o di miglioramento tramite i prodotti, o può essere l'implicita ricompensa allo spettatore se utilizzerà il prodotto.

In questo caso abbiamo la cosiddetta "magnifica ricompensa" ovvero la donna che in quanto sessualmente attraente è oggettificata come ricompensa del protagonista/spettatore per aver acquistato il prodotto o per aver compiuto azioni eroiche o degne di nota. Troviamo questo esempio nello spot Algida, quello del cornetto che sviluppa la propria immagine già da alcuni anni su una narrazione romantica. L'ultimo spot uscito vede la ragazza come apparentemente la protagonista dell'azione, siamo portati a crederlo perchè è il primo personaggio che vediamo, viene seguito di più dalla camera e inquadrato spesso in primi piani, ma in realtà svolge il ruolo di contatto con il prodotto, se ci pensiamo bene infatti, la ragazza non fa assolutamente nulla tranne essere carina e portare il prodotto. Nella trama, non è che la ricompensa del protagonista che è colui che svolge azioni interessanti per arrivare al prodotto (e alla ragazza). Nella fattispecie il ragazzo, che è uno street artist, colpito dalla ragazza con il cornetto, per conquistarla modifica la propria opera e ne fa un gigantesco ritratto di lei (con il cornetto), e grazie all'azione ottiene la ragazza.

Un altro spot di esempio è sempre Algida, qui la narrazione intorno al gelato è riferita alla socialità, all'amicizia, alle follie estive, alla spensieratezza e al fare qualcosa di energico e divertente. Nello spot vediamo infatti varie sequenze di vita quotidiana e il protagonista è apertamente maschile, compie azioni, soprattutto amichevoli, le ragazze sono presenti come contorno, anche quando si parla di amicizia non sono contemplate se non come intorno dell'azione e supporto del protagonista, ovvero guardano, stanno a fianco ma non compiono l'azione del protagonista e degli amici, sono delle insalate di plastica con il sushi, fanno colore. 
Alla fine dello spot, arriva la magnifica ricompensa, una ragazza con in mano il gelato che balla con il protagonista.
Lo spot di magnifica ricompensa è molto insidioso perchè appunto riesce a bypassare lo stereotipo del sessismo che si identifica di solito con la sessualità evidente, abbassa però la capacità dell'immagine femminile di compiere azioni che non siano essere carina, essere desiderabile, compiere azioni legate al romanticismo e ai rapporti con il ragazzo, supportare il ragazzo nelle sue avventure, e infine essere una ricompensa per la vita del protagonista.
Ho preso l'esempio Algida perchè volenti o nolenti, chi ha fatto gli spot, probabilmente senza volerlo, e senza dubbio mettendoci impegno e casting, ha presentato comunque lo stesso tipo di trama, e lo stesso tipo di caratterizzazione della donna.
Possiamo prendere anche un altro tipo di magnifica ricompensa, ovvero la ricompensa negata. Il protagonista potrebbe avere il prodotto e questo gli procurerebbe l'accesso alla ragazza, ma è un protagonista perdente e quindi qualcuno (con il prodotto) gliela porta via.
La tipologia di ragazza contorno o maginifica ricompensa, sono facilmente riscontrabili nelle pubblicità per giovani, sono dinamiche, richiedono una trama che intrattenga e con azioni spesso creative, si riconoscono per tipo di prodotto venduto, età dei protagonisti. Hanno "protagoniste" femminili apparentemente attive, furbe, sveglie, ma che di fatto in realtà non fanno altro che essere ammiccanti, emotive e carine, la furbizia è correlata unicamente al prodotto e alla capacità di attirare.

Passiamo a la Grechina, un tipo di figura che è stato discusso da Lorella Zanardo, è la donna senza sessualità ma gradevole che fa da contorno e /o veicolo, è il corpo piacevole da guardare per mantenere l'attenzione, lo troviamo di solito per prodotti neutri o servizi finanziari, per tutto ciò che riguarda situazioni spiacevoli, mal di denti, mal di testa, richiesta di un mutuo, ecc... è la suggeritrice o la gradevole soluzione al problema, è una rappresentazione fisica dell'azienda e del prodotto. Assomiglia al ruolo di madre in quanto a mascheramento dei caratteri sessuali, sorriso e vestiario. Un esempio è riscontrabile nello spot della Tantum verde


La ribelle è un altra tipologia femminile molto in voga, particolarmente interessante perchè si pone ad un ulteriore livello strumentale,
è di nuovo la donna che viene presa per ammiccare al consumatore non solo per identificarsi con il prodotto ma spesso, anche per qualificare l'immagine dell'azienda agli occhi delle donne. La ribelle viene sempre posta come l'incarnazione della ribellione agli stereotipi, cosa c'è di criticabile in questo? 
Il criticabile è che nuovamente un corpo (che in ogni caso non esce mai dal dogma dell'essere bello e sessualmente attraente), sempre quello della donna, viene riempito di significati (che in realtà sono per lo più legati solo ad accessori e vestiario) per parlarci di come è giusto o meglio essere donna, attraverso un personaggio che esce simbolicamente da un passato discriminatorio per vendere un prodotto, per ammiccare al consumatore, qualificando l'immagine dell'azienda.
Questo è solo un altro livello di oggettificazione, più amichevole rispetto alla generazione di donne che del modello pubblicitario remissivo e accondiscendente ha in realtà solo una narrazione. 
La tipologia ribelle è caratterizzata per ambientazioni più moderne, lucide, vestiti apparentemente trasgressivi, trucco apparentemente trasgressivo, non va quasi mai oltre ad una diversa rappresentazione del trucco e delle pose, analizzandola possiamo vedere che in realtà non fa molto più delle colleghe, ma lo fa come un distacco dall'opinione altrui. Viene posta, proprio in mancanza di una effettiva azione o caratterizzazione oltre il look, in antitesi al modello sensuale o madre o grechina, di cui vengono esacerbate le caratteristiche che sfociano normalmente nello snobismo, stupidità, futilità, in qualche modo riconfermata come tipica della donna.
E si torna al messaggio standard del "non è come le altre", di fatto rendendo un eccezione allo standard del mondo femminile che è noioso e futile, la ribelle e giudicando in ogni caso le altre donne, sempre ben categorizzabili e leggibili in classi standard, di fatto non umane ma pura narrazione semplificata. 
Un esempio è lo spot dell'Opel corsa

Quello che diventa evidente se includiamo questo ulteriore ruolo nei tanti personaggi femminili che compongono l'oggettificazione pubblicitaria, è che il corpo della donna negli spot non è mai un elemento neutro, la donna negli spot non è mai interamente una persona in quanto tale, come è invece per i ruoli maschili, ma è sempre e comunque un corpo gradevole veicolatore di messaggi e simboli molto specifici, soprattutto legati all'intero mondo femminile e non solo alla storia nello spot.

Nell'ambito bambini, la questione è più semplice, i bambini, soprattutto negli spot televisivi sono accuratamente non sessualizzati, troviamo però a fasce di età diverse, diversi modi di rappresentarli.
Quando sono molto piccoli, le bambine e i bambini se non sono neutri, possono essere caratterizzati di potenzialità culturali, un emblema è lo spot della Huggies che peraltro ha fatto molto discutere, la bambina attira il bambino, è carina, farà cose carine, il bambino ha un insieme di potenzialità culturali legate all'azione. Oltre a questo però, non abbiamo grosse distinzioni tra maschio e femmina nel mondo prescolare.

Quando si parla di bambine in età scolare invece, la questione già cambia, il ruolo della bambina è legato alla decorazione di sè e al giocare al piacere agli altri, anche se in modo non apertamente sessuale. Le pubblicità che coinvolgono bambine in età scolare presentano bambine molto accessoriate, spesso leggermente truccate, con acconciature elaborate (trecce, codini) e molti ninnoli. Nelle bambine in età scolare entriamo poi nel discorso (che non voglio ampliare troppo qui), dei prodotti proposti a loro, che includono per lo più bambole estremizzate in questo senso o prodotti volti proprio al truccarsi, vestirsi, agghindarsi, farsi belle, piacere.
Ovviamente in generale sui bambini troviamo una maggiore varietà di ruoli, salvo eccessi eclatanti di sessualizzazione  o in generale nelle campagne di abbigliamento che presentano frequentemente il fenomeno di adultizzazione.
Difficilmente troviamo pubblicità apertamente sessualizzate e molto stereotipate, proprio a causa del fatto che i bambini ancora non rientrano appieno nella categorizzazione culturale di genere.
Però possiamo notare che è sempre molto difficoltoso per i pubblicitari presentare ruoli diversi dall'insieme di significati legati al genere a cui i bambini appartengono. 
Se ci facciamo caso, possiamo osservare che i personaggi infantili femminili che escono apertamente dallo standard, si presentano faticosi, finti, esagerati o creati appositamente per esaltare il non sessismo dell'azienda.
Un esempio è lo spot di Lufthansa dove la bambina per poter essere una bambina tecnicamente preparata, è agghindata molto (fermagli, accessori, enormi occhiali) ma viene esagerata nella sua intelligenza fino ad essere la macchietta del secchione, antipatica, fredda, con un robot come pupazzo, di fatto per fare una bambina intelligente la si è dovuta stereotipare o esagerare anche in uno spot dove i toni non sono quelli del comico e non sarebbe stato affatto necessario.

Se prendiamo le preadolescenti / adolescenti, lì il discorso diventa molto piatto, se escludiamo il grande bacino delle pubblicità con i giovani come il futuro (dove rientrano indiscriminatamente maschi e femmine), l'adolescente è presente negli spot solo in modo apertamente sessualizzato, è presente come magnifica ricompensa o per rivolgersi ad altre adolescenti e passa costantemente il messaggio dell'acquisto del prodotto come strumento per essere attraenti e desiderabili, con pochissime fuoriuscite dai ruoli già dedidicati alla donna.

Quello che voglio dire presentando questi personaggi però, non è che la pubblicità sia cattiva, perchè la pubblicità in realtà è fatta per rendere un prodotto appetibile per il consumatore, non per promuovere messaggi sociali.
Le aziende non sono amiche dei consumatori, anche se si travestono come tali, le aziende hanno un obiettivo molto semplice che si manifesta con gli spot, e cioè vendere un prodotto o servizio, e per farlo deve farsi piacere e far piacere il prodotto, soprattutto poi, deve far identificare il prodotto con una serie di simboli, altrimenti rischia di non essere acquistato. Infatti la concorrenza tra prodotti praticamente identici si risolve nell'accezione simbolica di cui si riveste ogni prodotto, un prodotto funziona meglio se è stato identificato per la ribelle invece che per la mamma, anche se di fatto lo utilizzerebbero (e probabilmente lo fanno) tutte e due le tipologie.
Per quanto mi riguarda, la confusione che crea questo avvicinamento amicale delle aziende ai consumatori e la loro fusione con valori e simboli, è visibile in modo emblematico nel marchio Vitasnella, che dopo altri marchi, alcuni anni fa, intraprese la strada del body positive per la propria immagine, con quello che è stato applaudito nei commenti social come un grande spot e cambio di linea, e che in realtà è fin troppo palesemente solo un impacciato cambiamento di pelle di una sostanza che è sempre la stessa.
Infatti parliamo di un brand che innanzitutto si chiama Vita - snella, e che vende prodotti dietetici o coadiuvanti del dimagrimento, per quanto possa esprimere attraverso gli spot concetti sul body positive, l'obiettivo è bypassare un periodo di magra per chi vende prodotti dimagranti presentando il dimagrimento come un desiderabile punto di arrivo per le donne e viene accusato implicitamente di body shaming.
L'azienda non è ne promotore di messaggi propri, ne amica, è un'azienda, e il suo obiettivo principale è vendere i propri prodotti a una clientela che cambia ma che di fatto resta il suo target.
Quando parliamo di pubblicità sessiste parliamo quindi di rappresentazioni di realtà esistenti che le aziende usano per essere più vicine al proprio target, per farsi voler bene e quindi vendere, non sono ne cattive ne buone, sono interessate.
Allora si apre un altro tema, le scuse post pubblicità sessiste, che avvengono ogni giorno, scivoloni del reparto comunicazione che non hanno ammiccato bene al bacino di utenza e sono state sostanzialmente troppo esplicite, come la pubblicità della de Agostini  o quella della Bic, o più di recente la pubblicità dell'Audi in Cina.

Non è un caso poi che, se escludiamo le pubblicità di moda, sono più spesso quelle fatte fatte da studi pubblicitari meno rinomati o meno illustri, o le cosiddette pubblicità fai da te, se ne escano spesso con immagini e giochi di parole apertamente molto sessisti e molto sessualizzati. Paradossalmente sono più onesti, infatti non hanno il livello di consapevolezza del politically correct per distinguere che un messaggio implicito che funziona non lo si può dire ad alta voce, gli stessi messaggi si possono dire in modo più raffinato e attraverso ruoli oggettificati più accettabili perchè più vicini alla realtà come forma.
La pubblicità rappresenta la realtà, o meglio una sua narrazione semplificata, e la realtà è che un prodotto vende di più se di fianco c'è qualcosa di attraente o se lo si caricano di valori, la verità è anche che le donne sono più ascoltate se sono belle, più interessanti se sono belle, e se non sono belle contano molto meno, ottengono molto meno, sono spesso viste in relazione all'amore, alla famiglia e all'uomo molto più che rispetto alle proprie caratteristiche individuali o le loro capacità, sono molto più vessate se il loro corpo non rispecchia ciò che dovrebbe essere, (e questo vale in particolare quando si parla di religione, buon costume, buon gusto, tutti concetti applicabili all'estetica che difficilmente si applicano al corpo dell'uomo) e cioè disponibile, attraente e semplificabile in categorie (come avviene anche per gli "esterni" come ho spiegato in un altro articolo che trovate qui). 
La pubblicità non è il cattivo, è solo uno specchio molto grande in cui tutto questo diventa evidente.
Per qualche dato, vi linko una interessante ricerca sulle rappresentazioni di genere nelle pubblicità svolta dall'Università di Bologna.
Chiudendo infine con la pubblicità dell'Audi, possiamo farne una breve analisi e dire che in tutta onestà non era nemmeno una pubblicità davvero sessista. Mi spiego, l'azienda ha giocato sul rapporto tra parenti e sposi dei figli, la pubblicità poteva benissimo essere fatta anche al contrario da padre o madre della sposa verso il suo nuovo marito, e non sarebbe cambiato assolutamente nulla. L'oggettificazione reale della donna in quanto donna, non ci sarebbe stata, la pubblicità avrebbe fatto sorridere, o anche no e nessuno l'avrebbe criticata. è vero la donna viene paragonata a un oggetto, ma non in quanto donna, in quanto persona che passerà la vita con il figlio, sarebbe valso al contrario. L'azienda è stata poco furba esponendosi a una serie di critiche evitabili facilmente facendo lo spot al contrario ma non si è comportata in modo sessista.
Quando parliamo di oggettificazione bisogna anche non cadere nel tranello facile del "qualsiasi riferimento o paragone donna/ sesso o donna/oggetto è sessismo", il più delle volte l'esplicito è meno pericoloso di quello che ci passa sotto il naso.
Un altro esempio di questi scivoloni interpretativi, questa volta dal gruppo Non una di Meno di Mantova, a mio avviso, è quello sul manifesto di intimissimi, viene criticata la posa sexy e un po' vacua della modella, non una di meno ci si è pesantemente scagliata contro.
Ma stiamo parlando di intimo femminile, non è oggettificazione se il prodotto è effettivamente un prodotto femminile e sensuale, e che per essere rappresentato indossato va portato da seminudi, così come si potrebbe rappresentarlo con una donna normale, non è nemmeno sbagliato rappresentarlo con una donna molto bella, su cui il prodotto probabilmente ha un effetto migliore e invita quindi maggiormente a essere provato. Inoltre non mi aspetto che una pubblicità di intimo rappresenti la donna, mi aspetto che faccia vedere dell'intimo e non mi stupisco se in quanto intimo ci sia anche una certa sensualità dietro, di certo mi darebbe molto più fastidio pensare che sia compito di una pubblicità di intimo, il carico di rappresentare la complessità del mondo femminile, o debba farmi vedere che ehi anche le donne sono intelligenti.
Non è il compito di un cartellone che cerca di vendermi un paio di mutande di pizzo.
Se proprio dobbiamo prendercela con Intimissimi, prendiamocela per quando ha utilizzato una donna pure per vendere mutande maschili, ma ancora di più prendiamocela con quegli uomini che ancora comprano solo se ci sono un paio di tette dietro.

(molte delle illustrazioni sono state raccolte da internet e sono di Paola Bonet ; qui il profilo Pinterest)