mercoledì 3 maggio 2017

Finiti gli argomenti si chiama violenza

Non vorrei dedicarmi a questioni troppo "cittadine", nel senso che quando ho iniziato a scrivere in questo sito, ho cercato di dargli un respiro quanto più nazionale/internazionale e universale possibile.

Mi trovo però davanti alla profonda delusione e sincero sgomento, nel vedere un sindaco, Virginio Merola, e una giunta, paradossalmente figli di un partito ereditario senza merito della sinistra storica, che, senza un piano specifico, senza esigenze di alcun tipo, minacciano di gomberare uno spazio storico difeso, amato e protetto da chi lo frequenta, lo conosce e a modo suo lo abita, connotandosi come uno dei punti sociali più politicamente attivi, culturalmente fertili e socialmente utili della città di Bologna, città paradossalmente ereditiera di un passato di controcultura di cui si fa ampiamente vanto, di cinema, poesia, politica e sinistra storica. 
Città che da sempre vive la propria ricchezza in bilico tra la borghesia e la cultura, che salva la propria anima bottegaia con una spinta fermentata di socialità, attirata e alimentata dal mondo universitario che volente o nolente genera una più viva cultura dal basso, viva proprio perchè nata da se stessa, da una necessità propria e priva quindi della benedizione delle istituzioni.

Sotto: unica foto dell'assemblea pubblica del 9 Aprile con Bruna Gambarelli (macchia rossa in occhiali da sole a sinistra), Daniele Ara (macchia blu con occhiali da sole alla sua destra) e Matteo Lepore (macchia grigia sotto il CE dello striscione alle spalle)

Sono senza parole dal pensare che sia passato inosservato dai media cittadini, tranne che su Radio città del capo e Zic, il fatto che Matteo Lepore, Bruna Gambarelli e Daniele Ara siano effettivamente andati ad un incontro pubblico il 9 Aprile dentro lo spazio pubblico autogestito XM24, sono senza parole dal pensare che i giornalisti ci fossero ma abbiano evitato accuratamente di parlarne, mentre ogni giorno sappiamo anche cosa alcuni esperti pensino possa aver sognato Igor il killer della bassa padana annoiata e perennemente spaventata.
Sono senza parole che non abbiano parlato dei discorsi vaghi e propositivi ma senza certezze di Lepore, dell'imbarazzante mutismo dell'assessora alla cultura Bruna Gambarelli, a confermare la vacuità del proprio ruolo incapace di difendere qualcosa che non faccia pubblicità alla giunta, alla inutile e spavalda aggressività di Daniele Ara che ha cercato con scarso successo di fare revisionismo storico sulla convenzione, i dialoganti e i progetti, azzittito da cittadini che hanno saputo rispondergli senza rabbia, ma così bene che non ha più fatto un solo intervento. 
Un incontro che si è tenuto tutto tra realtà diverse, compreso XM24 da un lato e diciamocelo, solo Lepore, dall'altro, davanti a chiunque volesse partecipare.

Sono senza parole dal pensare che, oltre al soffrire una inutile, non necessaria, non spiegabile spada di Damocle, a chi vive questo spazio, si dica anche che sia per il bene di quei 300 cittadini che hanno posto firme (non convalidate, guidate da Mazzanti, un politico che sulla questione, all'italiana maniera, è tristemente in conflitto di interesse), che si è parlato di sgombero.

Se questo fosse vero, se abitassi in Piazza Verdi mi arrabbierei non poco, se abitassi di fianco allo stadio, dove gli Ultras senza fare attività culturali/sociali e affini continuano a fare feste fino a mattina inoltrata con tanto di raccolte firme dei cittadini limitrofi, che tanto visto che l'area non è punto di interesse economico, vengono bellamente ignorati, mi arrabbierei non poco, se fossi un abitante dell'area intorno piazza dei Martiri, dove ci sono, solo nella piazza due centri slot e un bar con sala slot (una sola piazza) e questo viene considerato accettabile, mi arrabbierei non poco, se fossi un abitante della trilogia navile, ma non chi l'ha promossa, e mi ritrovassi a vedere una giunta così impegnata in una cosa così stupida che ha cavalcato le mie due lamentele per giustificare il proprio nulla progettuale e poi si è dimenticato di me mentre io mi trovo in un complesso fantasma, mi arrabbierei non poco, se fossi uno di bartleby, atlantide o la consultoria femminista, sgomberati per necessità di utilizzo degli spazi, e poi invece lasciati per anni vuoti e murati, perchè non sia mai che qualcuno ci faccia qualcosa, mi arrabbierei non poco.


Io, come cittadina, mi arrabbierei non poco all'idea che un sindaco, e una giunta, si permettano di essere così incuranti di quello che chiede una grossa fetta di città, tra l'altro in cambio di nulla, mi arrabbierei all'idea di un governo cittadino che si permetta di portare avanti scelte economiche sopra quelle sociali, che si permetta di ignorare personalità intelligenti, analisi e fatti portati da una moltitudine variegata di individui, mi arrabbierei anche se di quello spazio e quella vicenda non me ne fregasse nulla, perchè mi sentirei tradita dal fatto che un sindaco stia deliberatamente agendo contro l'interesse e le richieste fatte a gran voce e con una sequela di argomentazioni fatte lucidamente e valide, dei suoi cittadini, e questo, a prescindere dal prendere posizione o meno sulla vicenda specifica, non è assolutamente accettabile. 

Saper fare politica non dovrebbe essere fare interessi economici a breve termine per rattoppare errori fatti, traumatizzare il tessuto sociale, consolidato e fertile dei cittadini, non dovrebbe essere prendere per buona la salienza dei cittadini arrabbiati senza argomentazioni, ma la realtà dei fatti analizzati lucidamente, e questa giunta sembra non essere volutamente in grado di farlo.
Una città come Bologna epurata del suo tessuto spontaneo è una città vetrina e morta, ci sono stati sindaci incompetenti in passato, ma sindaci così apertamente distruttivi dello spirito complesso e non per questo meno armonico di una città che è viva, ancora non erano arrivati.

E quei cittadini che abitano lo spazio? Di quelli che lo stanno sostenendo? Loro chi sono? 
Di quelli nemmeno se ne è parlato, di Milena Magnani, di Wu Ming, di Venti pietre, di Campi aperti, di individui che non vantano un nome famoso ma che brulicano nella città.
Le rare volte in cui li si descrive essi, in particolare quelli che non godono di una fama che li preceda, perdono automaticamente la connotazione tridimensionale di cittadini, residenti, lavoratori, e diventano unicamente antagonisti, attivisti, giovani ecc....

Banalità. Categorizzazioni riducenti che servono a creare un immaginario preciso, a distruggere l'interlocutore, ad abbassare il livello dell'interazione.

Facile parlare dei giovani e degli attivisti, perchè ai più sembrano qualcosa di lontano dal quotidiano che fatica, che soffre le tasse, le cattive amministrazioni e la criminalità, gli antagonisti e gli attivisti sono mentalmente rigettati nel fondo della società, mentre per i giovani si sa, quando si parla di "giovani" si parla o di promesse del futuro, o di persone che tutto sommato non sono dei pieni responsabili, i giovani non sanno bene cosa vogliono, non sono lucidi, hanno passioni temporanee e passeggere, non si mantengono, non costruiscono la società con le loro spalle, sono labili, e così insieme agli attivisti sono degli idealisti scansafatiche, sono lontani dalle esigenze del quotidiano di chi lavora, ha famiglia ecc.... in pratica, giovani e attivisti/antagonisti sono lantani da chi, nell'immaginario collettivo, merita di avere voce in capitolo sulla città.

Ma il 9 aprile, giornalisti che c'erano, le persone che si muovono nello spazio, lo sanno che lì non erano solo i giovani, non erano attivisti bidimensionali da immagine iconografica, questi mostri ridotti a macchietta che tutti immaginano solo felpe nere col cappuccio, volto coperto, sguardo truce e magari spranghe e caschi, stile black block. Come coniughino nella loro mente questa immagine con quella dei progetti, eventi e laboratori che vivono lo spazio pubblico autogestito in questione, è molto difficile da capire, ma del resto si parla anche di immigrati che rubano il lavoro e non hanno voglia di lavorare.

Lo sanno i politici e i giornalisti che ognuna di quelle persone è una e più ruoli, è complessa e sfaccettata come ognuno dei votanti, ognuno dei cittadini.
C'erano studenti, ma anche professori universitari, c'erano anziani, c'erano adulti, c'erano bambini, e c'erano quelli con la felpa col cappuccio, e quelli coi tatuaggi e quelli in camicia, e quelli che del vestirsi non fanno nessuna bandiera, e c'erano le signore energiche, e le ragazze e i ragazzi, e gli stranieri e gli italiani e le madri e i padri e i figli.

(nella foto in basso l'assemblea dell'8 febbraio, la prima assemblea pubblica dopo l'avviso di sfratto)


Gira in queste ore, un appello scritto da persone di rilievo del mondo culturale bolognese, sottoscritto da persone diverse, con motivazioni diverse, basterebbe leggerle per smettere di ridurli a una categoria sola e descrivibile come se fosse una persona sola.
Ci sono professori, ci sono scrittori, comuni cittadini, stranieri, ricercatori, insegnanti, fotografi, artisti, studiosi, altri lavoratori, ragazzi.
Troverete come ho detto, anche qualche motivazione, una delle parole più comuni è che quello spazio, che è XM24 è casa, ma anche che è ricchezza, troverete tantissimo la parola amare e suoi sinonimi, troverete metafore, astrazioni per rappresentare in poche righe l'attaccamento di queste persone.

Io invece non ho parole per un sindaco e una giunta che vogliano fare un atto di forza ingiustificato sulla propria cittadinanza che evidentemente riconosce il valore di quella realtà, che la trattiene, la vuole, se ne sente parte, ci si aggrappa, e che sta parlando, sta chiedendo, con tante modalità, e molto più intensamente che con le 300 firme di rabbia e parole spese di persone che avevano dubbi ma nemmeno c'erano mai stati, ma con molte parole di amore, per tenersi uno spazio pubblico, qualcosa che è palesemente utile, riconosciuto da più fronti, da più umanità.
Non capisco sinceramente perchè fare un torto ai propri cittadini, non capisco, a questo punto in cui nemmeno si sa cosa farne di questo spazio (e anche sapendolo ora sarebbe ridicolo visto che lo si voleva sgomberare per una casermama poi la caserma è saltata, ma forse prima ancora era una casa della letteratura, ora, e questo, a mio avviso, rasenta il tragicomico, per una casa delle associazioni, ma non è che si sia convinti, anche perchè non so magari era per metterci una ciclofficina popolare, una palestra, un orto, una scuola italiano migranti, un punto di dibattito pubblico? Come si spiega a chi si sta opponendo che quelle cose già ci sono e funzionano senza fondi? Come si giustifica? Quanto può cadere la faccia dei politici pur di andare avanti come i muli?)
Non si capisce, a questo punto, se è una specie di dispetto, un capriccio o una fissazione, ma questo sarebbe in fondo, un punto di vista da commedia all'italiana, nella realtà, questa azione di forza ingiustificata, questo mutismo contro una categoria intera di popolazione, solidale, sociale, inizia ad avere sempre più i contorni di una violenza, questa minaccia di sgombero, perchè banalmente è uno sgombero, che come dimostrato dai vari cambi e dai motivi detti, modificati, smontati pubblicamente, non avrebbe più un solo valido motivo di essere realizzato.
Perchè se lo si stesse facendo per i cittadini, allora è evidentemente un errore visto che i cittadini si stanno ampiamente esprimendo in più forme.
Perchè se lo si stesse facendo per necessità di luoghi, basterebbero tutti quelli già vuoti e murati ancora in attesa di essere usati per definirlo evidentemente falso, ma anche non volendo usare questo motivo, allora basta vedere i cambi fatti sulla sua destinazione, per definirlo ormai chiaramente falso.
Perchè lo si sta facendo? Per interessi economici? Per cercare di tirare per i capelli le aziende a investire sulla fine del tragico progetto della Trilogia Navile cara a Mazzanti e a Merola che sta lì dietro lo spazio, perennemente incompiuta? Perchè il comune deve supplicare il privato per concluderlo?
Allora noi, cittadini, abitanti, fruitori di uno spazio pubblico dobbiamo pagare quante volte questo errore?
Una in moneta, una in abbrutimento del paesaggio (perchè diciamolo, ora c'è un'area brutta, incompiuta e inutile fatta di palazzoni che coprono pure San Luca) ma soprattutto una in spazio vitale, partecipazione, stimoli e socialità?
Paola Bonora (geografa) ha dato una sua interpretazione non molto lontana dall'articolo comparso  su questo blog all'inizio di tutta questa vicenda, che è molto esplicativa e che vi invito a leggere.


Questo è l'appello nella sezione sottoscrizioni troverete anche più e più motivazioni che forse rendono meglio un'idea di quello che è quel posto, almeno ne parla chi lo conosce, molto più di quanto non lo facciano la stampa o i politici. 

Troverete nomi e cognomi e ruoli, visto che per qualcuno è importante fare delle distinzioni tra cittadini di merito e non.

mercoledì 22 febbraio 2017

Visioni sociali | "Crazy ex-girlfriend" una serie comica e interessante

Un piccolo gioiello questa serie tv consigliata per la sua freschezza, comicità e capacità di trattare tematiche anche molto spesso poco accessibili al grande pubblico (soprattutto maschile) legate al mondo femminile e all'intimità in generale, senza essere assolutamente esclusiva prerogativa di una sorta di intima conversazione fra donne. 

Qui hanno voce in capitolo donne, ma anche uomini, a nudo in modo goffo e ironico, non solo le solite dinamiche sesso/affetto ma sopratutto le umanità che emergono, le particolarità, i personaggi sfigati, quelli vincenti, che non sono in realtà mai davvero ne l'uno ne l'altro.

Crazy ex-girlfriend, attraverso l'utilizzo del musical e dell'ironia, sblocca inoltre quelle modalità spesso ripetitive e snervanti legate al mondo femminile che restringono i rapporti fra donne a iperaffettivi o ipercompetitivi, ma soprattutto riporta la conversazione sul genere femminile e in contrapposizione anche la sua controparte maschile, nei media in modo originale e ci rende palese quello che spesso è viene ignorato sulla realtà di queste due sponde affatto poi così diverse nell'intimo.

Ci pone, attraverso un percorso quasi non sentito, davanti al fatto che il più delle volte la realizzazione della donna avviene per carriera (come riconoscimento esterno), per estetica, ma soprattutto per successo in amore e riesce a ribaltare questo punto di vista, che tutto sommato riesce a sembrare ancora più universale.
Qui, senza spoilerarvi nulla, la protagonista non è perfetta, anzi è spesso difficile essere dalla sua parte, ma non per questo ci risulta incomprensibile o antipatica, è complessa, piena di difetti, piena di pregi che però non sono nemmeno così lineari e distinguibili. Soprattutto, la protagonista si dissolve anche negli altri personaggi, ci si rende conto dopo poche puntate, che tutti sono a modo loro, dei protagonisti e non solo funzionali ad un soggetto e al suo percorso.

Insomma, vi lascio un piccolo assaggio, che è la "sexy getting ready song", uno dei modi migliori per suggerirvi di dare una chance a questa serie tv non solo per divertirsi ma per vedere il mondo uomo-donna e donna- donna sotto una prospettiva nuova.

martedì 21 febbraio 2017

Migranti buoni o cattivi? Dalla neve al traghetto Cagliari - Napoli

Modifico questo articolo perchè sono emersi chiarimenti sul fatto.

Pubblico questa notizia, ovvero la notizia secondo cui, in una nave che trasportava sia passeggeri sia migranti in fase di rientro per mancato permesso di soggiorno, i passeggeri, durante la notte avrebbero subito furti e molestie da parte dei migranti, la pubblico perchè mi sembra il caso di parlarne, innanzitutto la notizia è parzialmente vera ma non è del tutto vera ovvero ci sono stati problemi ma tra gli stessi migranti e non ci sono state molestie ai passeggeri ne devastazioni, forse un furto (di un telefonino)  ma anche qui c'è da chiarire che non è attribuibile per certo ai migranti, in pratica, degli esseri umani si sono comportati male, in un clima così teso, se a farlo sono migranti, lo si prende per un casus belli e i media si passano la notizia come in un gioco di telefono senza fili, la frase man mano cambia. 

Quindi ne parlo perchè è meglio che a parlare non sia solo il Salvini di turno, che si è espresso immediatamente sulla vicenda in toni duri, senza aver appurato che la notizia fosse completamente vera e che usa questo fatto di cronaca per ottenere consenso. Anche fosse stata una notizia vera, avrebbe avuto le stesse argomentazioni di un'amica che ti dice che tutti gli uomini sono stronzi e tutti sono uguali e la volta in cui incontri uno che davvero è stronzo, quella volta sembra che abbia ragione, su 3,5 miliardi di esseri umani, umano in più o in meno.

Eppure il suo è praticamente l'unico commento pubblicato in proposito, e non ha dato smentita, nel frattempo gli altri non sanno bene cosa dire forse, il migrante che spala la neve ce lo rivendichiamo, gli altri li snobbiamo e quelli cattivi fingiamo che non esistano come se questo potesse far cadere quello che abbiamo detto finora. 

Così in questo imbarazzo silenzioso, resta ad urlare solo Salvini e chi la pensa come lui a dirci che vanno "rispediti in Africa" (parole sue) e in 3 parole già abbiamo disumanizzato e semplificato in maniera impressionante, senza contare che un politico ha accreditato una notizia parzialmente fasulla. Ma tralasciando questo fatto, analizziamo questa frase che voglio ricordare, è stata pronunciata da un politico tramite il suo profilo pubblico e accolta con molto plauso, la frase "Rispediamoli in Africa", già da sola è pericolosa.
Come? 
Spedire, lo si fa con un pacco, un oggetto, non una persona, a volte lo si usa sui bambini ("Ti spedisco in camera tua") proprio a denotare un diverso potere decisionale e autoritario
Africa, è un intero continente, come a dire che nemmeno importa da dove vengano, tanto è tutto uguale, non serve pensare mentalmente a una distinzione, il denominatore comune è il continente, e tanto basta ad accomunare chiunque provenga da lì (che poi è un po' come dire è nero, perchè già se fossero musulmani, non si parlerebbe di Africa, se fosse il Sud Africa bianco non si parlerebbe di rispedirli in Africa)
Esagero? 
No, perchè con questa frase ha accomunato queste persone, rei (teoricamente) di aver rubato, a tutti coloro che rientrano nel "proveniente dal continente Africano" e allo stesso modo ne ha decretato una sottomissione al nostro arbitrio di poterli mandare da qualche parte in quanto in fondo, non proprio umani, ci ha dato un potere enorme, come se fosse in qualche modo un diritto di cui non stiamo usufruendo. 
Il nostro cervello queste cose le registra, anche perchè è molto semplice farlo.

Infatti una delle cose che mi trovo a vedere più spesso soprattutto sulle pagine di personaggi come Salvini, è una enorme confusione su quale sia un proprio desiderio (a volte capriccio, a volte ansia da paura) e quale sia un diritto, un esempio proprio banale è un tizio che qualche giorno fa, tra i commenti di una delle tante notizie di sbarchi, rivendicava il diritto, che gli stavano togliendo, di scegliere chi doveva abitare di fianco a lui (non migranti, musulmani ecc...), è stato impossibile fargli capire che nessuno ha mai deciso chi potesse o meno abitare intorno a se, infatti io non posso decidere che il mio vicino essendo musulmano, se ne debba andare, se proprio mi trovo male al massimo posso andarmene io. Non è proprio mai esistito nell'Italia moderna questo tipo di diritto che non è appunto un diritto ma al massimo una prepotenza sugli altri, di fatto rivendicherei il diritto di un togliere un diritto a qualcun altro.
Tornando al discorso iniziale quindi, mi sento di rimarcare che innanzitutto i migranti sono persone e in quanto tali banalmente ne esistono di oneste e non, stupide e intelligenti e medie, belle, brutte, basse, grasse, generose, taccagne ecc... quindi che ne esistano di delinquenti è un po' come scoprire gli italiani in america, alcuni erano onesti, altri erano mafiosi. 

Ma soprattutto vorrei sottolineare che in situazioni come queste, anche fosse stata tutta vera la notizia, non sarebbe stato da buonisti considerare comunque validi i diritti umani, al massimo sarebbe essere coerenti, perchè sono principi e non argomenti economici o politici che decadono in base alla situazione o se i soggetti protetti non sono tutti "buoni" o perfetti, e soprattutto sono principi quindi non vanno in base ad un merito

Sarebbe come pensare di far adottare solo i bambini sani, prendersi cura dei disabili buoni o nutrire solo gli animali belli. 
I principi valgono per tutti, sempre. 
Sembra una banalità ma in queste ore non lo è affatto. 

venerdì 17 febbraio 2017

Droghe, suicidio, forze di polizia ed educazione

Droghe, suicidio, forze di polizia ed educazione.
Questi i temi che stanno rimbalzando nei media negli ultimi giorni, da quando a Laterza si è suicidato un ragazzo di 16 anni in seguito ad un controllo antidroga da parte della polizia, scopertasi poi, essere stata chiamata dalla madre. 
Preoccupata.


In tanti
 fra i media, si stanno schierando con la richiesta di una maggiore educazione sul tema, sul fatto che questo tipo di problemi (l'uso di droghe), andrebbe seguito da personale in grado di comprendere ed educare, ossia psicologi, insegnanti, aggiungo in via più ampia e indiretta, sociologi, politici e in generale le figure che si adoperino in campo umanistico per comprendere in primis, e attuare poi, dei processi volti a sostenere chi si trova in situazione di disagio (l'uso di droghe, in questo caso specifico) ed eliminarne le cause.

Queste le antitesi, al rendere questa tematica un problema di polizia, cioè come viene trattato ultimamente, quindi un problema da risolvere in modo sanzionatorio piuttosto che inserendolo in un contesto più ampio.
Ci sono però alcuni punti che vorrei chiarire (anche ripetere) rispetto alle questioni poste,  cioè alla richiesta di educazione. 
Innanzitutto premetto che mi trovo d'accordo al non rendere questo tipo di problematiche, qualcosa da risolvere con un approccio duro e sanzionatorio

Questo vale in generale non solo per l'uso di droghe, ma per le azioni, anche non condivisibili di un gruppo di studenti in protesta, di qualsiasi siano i problemi legati a manifestazioni politiche e sociali come l'uso di droghe, ma anche quelli legati alla povertà senza danno al prossimo quali, l'accattonaggio,  ecc... 
Perchè questi sono spesso, più che atti lesivi in sè e quindi compiuti da soggetti forti che vanno a creare danni a soggetti deboli, dei modi di comunicare un disagio o un'esigenza, o semplicemente sono così profondamente legati a questi cioè al disagio e al bisogno, e come bisogno, anche quello di contrattazione della realtà esistente, (pensiamo alle occupazioni abitative, ma anche alle richieste sul caro mensa, o alla advocacy per i diritti degli omosessuali ecc...) che non possono essere trattati unicamente come atti razionalmente scelti e quindi evitabili.
La risposta può essere uno studio, una presa in carico, una contrattazione, una mediazione, ma non una sanzione opposta con forza dal corpo di polizia (che non è, come dimostrato più volte, un organo abile nella gestione dei problemi sociali ma è un organo di sicurezza, forza e arma dello Stato) come prima istanza. 

Tornando alla questione droghe e non allargando ulteriormente un discorso già complesso, i punti che sono da affrontare sono:


1- Le droghe, è un termine generico e tipicamente da fiction televisiva, ovvero da realtà che non affronta la realtà, tutti si stanno tenendo molto cauti sulla questione, tranne alcuni professori che più realisticamente di altri hanno semplicemente chiamato le droghe in questione con il loro nome, affermando senza problemi che anche i politici nella vita, uno spinello se lo saranno fatto senza che questo meritasse un controllo della polizia.
Droghe è infatti un termine volutamente amplissimo rispetto a quello che si sta descrivendo, che vuole scatenare la paura, l'idea di siringhe e fine delle speranze, o, in quello che si definisce nelle scienze umane, di devianza
Devianza dalla norma, dalla vita sana, dalla società accettabile; ma nella realtà quando si parla delle cosiddette "droghe leggere", nel loro utilizzo, non necessariamente si parla di devianza. 
Perchè l'utilizzo occasionale, scarso di droghe leggere non è semplicemente indice di devianza, può essere ricreativo e non avere alcuna conseguenza ne sullo stato depressivo, ne di isolamento, ne sui rendimenti personali. Le questioni legate alle droghe nel loro insieme, sono molto articolate, spesso utilizzate in termini di campagne politiche e mediatiche, altre semplicemente sono state storicamente limitate per motivi economici. Ancora una volta, legale diventa sinonimo di giusto e illegale di sbagliato, ma non ci si sofferma a rifletterci.
Il tabacco ad esempio è una droga legalizzata, in quanto tale è consumata senza che questo significhi nulla in termine di categorizzazione umana di devianza o pericolo, il suo utilizzo è spesso quotidiano ed estremamente frequente, è accertato che sia dannoso per la salute, ha effetti sul sistema nervoso, provoca astinenza, ma non viene considerato indice di una devianza
L'alcol, non abitualmente abusato non è considerato indice di devianza, anzi abbiamo Comuni che approvano le attività di vendita di alcolici, in particolare quando di livello più elevato. Viene attribuito a un problema di decoro il fatto di trovare i residui di alcolici (bottiglie rotte) nelle strade, ma curiosamente non viene penalizzato il contenuto. Eppure l'alcol cambia la nostra capacità di guida, causa dipendenza, può comportare comportamenti irresponsabili, a rischio per noi stessi e per gli altri, ed è spesso correlato agli stati di devianza, ma viene in qualche modo, addirittura premiato dalla società come indice di status (entro certi limiti, e di una certa qualità e costo). 
Immaginiamo per un secondo lo stesso tipo di comportamento adottato per le droghe leggere, non sarebbe così strano, sarebbe quantomeno coerente, ma immaginato ora, sarebbe buffo.

2 - La percezione del rischio legata alle cosiddette droghe è effettivamente colpa di una cattiva educazione, non solo sui giovani però, ma sugli stessi genitori, quella generazione che magari degli anni '70 - '80 e '90 ha vissuto indirettamente l'ascesa delle droghe leggere e poi l'invasione delle droghe pesanti grazie alle mafie e alla loro crescita economica, le morti di AIDS, le siringhe in strada e ha subito un immaginario fatto di correlazioni sbagliate, di semplificazioni e di terrorismo mediatico, mentre nella realtà, uno spinello e una siringa non sono la stessa cosa, non provocano la stessa dipendenza, non nascono nello stesso clima sociale e non provocano gli stessi danni. Volendo entrare nel dettaglio, nemmeno due siringhe di eroina riempite della stessa eroina, una tagliata e l'altra no, sono già due discorsi diversi;  ma non voglio complicare ulteriormente il discorso.


3 - Il dialogo genitori - figli, non si tratta di dare consigli ai genitori, ma di constatare che la scarsa educazione dei "padri" ricade sui figli, l'educazione al dialogo e al confronto tra genitori e figli richiede tempo, conoscenza di sè e dell'altro, come qualsiasi rapporto, ma con la differenza che uno dei due elementi in gioco è responsabile totalmente (o quasi) dell'incolumità e della formazione dell'altro
Non è affatto banale. 
Richiede concentrazione e capacità di osservazione, pazienza e una discreta dose di dedizione, ma anche l'assunzione e la consapevolezza del proprio ruolo. Non è facile, non credo ci sia mai stata però una sola persona che abbia detto che fare il genitore è facile, è fattibile visto che siamo 7 miliardi e più. Ma non facile.
Per un corretto dialogo genitori - figli, servono, a parte le capacità dette prima, che possono essere più o meno presenti, amore e tempo. Già questi due fattori da soli fanno una grossa parte del lavoro, amore per interessarsi seriamente di quello che fa/conosce/vive l'altro e tempo per capirlo e vederlo. 
Sappiamo già che soprattutto è il secondo a mancare, in questo, ancora lo Stato, visto che incanala grossa parte degli stipendi in tasse, dovrebbe essere capace di assolvere almeno in parte il problema, attraverso strumenti e servizi di supporto per la conciliazione casa-lavoro. Una questione spinosissima soprattutto con il lavoro sommerso, la crisi economica, la tassazione pesante alle imprese per dipendente e i contratti volatili e incerti di cui il Jobs act non si è reso risolutore.


4 - La scuola, concordo con il parere pubblicato da un professore in una lettera aperta, in seguito ai controlli antidroga a sorpresa vissuti nella propria classe, la scuola è un luogo che per un adolescente, volente o nolente, è casa. Questo vuol dire che è una sorta di incubatrice, infatti l'istruzione stessa lo rende ancora immaturo, rallenta quel momento in cui sarà solo a procacciarsi il cibo diventando autosufficiente. La scuola è un luogo che fa da cuscinetto temporale tra la casa e il lavoro futuro, è un luogo dove imparare il confronto, le responsabilità per le proprie azioni, la socialità, spesso anche in modo brutale visto la coercizione della classe. Ma non può essere certo un luogo in cui la polizia irrompe per trovare gli spinelli, perchè dovrebbe essere un luogo dove poter sbagliare senza che questo abbia conseguenze legali, senza che entri lo Stato. Questo sempre tenendo conto che non si tratti di fare un danno fisico a se o ad altri, diverso già è il caso di violenza infatti.

5 - I media, che su questo argomento si dividono in due macrotipi: fiction/serie/film per famiglie, le si riconosce perchè sono quelle dove i personaggi si riferiscono sempre genericamente a droghe senza specificazioni, (normalmente compare uno spinello, che è visivamente accettabile ma non socialmente), chi le usa viene associato a problemi e devianze, famiglie separate, compagnie "cattive", tristezze varie, rabbia e così via; film/telefilm verità o ironici, dove invece lo spinello è parte della socialità, addirittura è quasi un elemento fondamentale, la sigaretta è un intercalare immancabile, quasi una seconda pelle dei personaggi, tutto è vissuto con ironia, quotidianità e spesso è anche legato strettamente allo stile di vita giovanile/universitario o intellettuale/creativo. 
Quindi mediaticamente abbiamo da un lato lo scandalo per le droghe, dall'altro l'accreditamento delle droghe leggere come di un passaggio normale e quasi fondamentale della socialità in una determinata fascia di età, spesso anche un momento di relax in età adulta.

Siamo schizofrenici sulla questione, se poi pensiamo a pochi mesi fa quando cioè si paventava l'idea di legalizzare il consumo di Marjuana e vari canali e testate, si faceva pressione su quanto fosse normale il consumo di droghe leggere, sembra impensabile che mesi dopo un ragazzino si suicidi perchè la polizia gli scopre in casa 10 grammi di hashish.
Io mi accorsi che non sarebbe passata la legge sulla legalizzazione,non appieno come tanto reclamizzata, quando a un servizio de "Le iene", che per mesi ci aveva quasi ammorbati sulla bontà della Marjuana come terapeutico, turismo, soluzione come guerra alle mafie ecc... poi se ne era uscita con un servizio su coltivatori in Romania, servizio in cui era andata a "stanare" i delinquenti, gridando alle finestre "ma lei lo sa che vende droga in Italia?". 

Lì ho capito che l'aria era cambiata, i media non mentono, ma glissano in modo affatto disinteressato, sono i migliori ratti che fuggono dalla nave in abissamento.



L'ultimo punto che tratto solo ora è:
6 - L'educazione, reale, alle droghe, leggere, pesanti, legali e illegali. Cioè uno studio serio e scientifico, privo delle angosce genitoriali, dei moralismi basati su preconcetti, ma anche sulla errata percezione del "tanto capita agli altri", o dello "smetto quando voglio", sarebbe senz'altro utile, includendo anche da dove vengono, quali commerci vengono utilizzati, come vengono trasportate, con cosa vengono tagliate, gli effetti nel breve e lungo periodo, il grado di dipendenza, le conseguenze in stato di guida, ecc... Un'educazione che andrebbe fatta quando effettivamente il rischio di assunzione indiscriminata può manifestarsi. Insomma si potrebbe affrontare quello che già esiste, ammettendo che esiste e responsabilizzando i soggetti sul loro utilizzo.

7- Infine, lo Stato non può trattare le sue fasce deboli come un corpo estraneo da punire, chi anche fosse effettivamente un drogato nel senso che ne fa un uso costante e ruota la sua esistenza e compie scelte in funzione della sua dipendenza, starebbe soffrendo un disagio, non può essere trattato come un cittadino da sanzionare e in qualche modo allontanare, ma ha il compito anche arduo di recuperarne la  consapevolezza, il libero arbitrio e in generale di liberarlo dal bisogno.
Esiste l'errore, esistono le dipendenze, ma la società non vive per escludere chi sbaglia ma per riabilitarlo e reintegrarlo quanto prima, questo significa che tendenzialmente una persona che si considera in atto di autolesionismo, più che punita, va riconosciuta, compresa e riabilitata, questo soprattutto quando effettivamente viene evidenziato in atto di autolesionismo (quindi non solo per preconcetti).
Anche considerando le droghe leggere (che appunto riferendoci a poco tempo fa o ad altri stati occidentali, sappiamo essere un problema molto opinabile) come un problema legato al disagio, e lo considerasse un problema nelle scuole, lo Stato dovrebbe mettere in atto manovre di recupero, conoscenza e gestione.

Tutto questo non è compito della polizia. 

E dovrebbe essere lampante, in questi giorni in cui, forse anche un po' in sordina rispetto ad altri eventi, è affiorata è la notizia dell'indulto amministrativo ai poliziotti che hanno ucciso il 18enne Federico Aldrovandi, nel 2005, di botte, perchè trovato su una panchina a fumare uno spinello e che per le forze dell'ordine in difesa della legalità che lo incrociarono, meritò un pestaggio punitivo così violento e brutale da concludersi con la morte del ragazzo.

venerdì 10 febbraio 2017

Polizia, CUA e opinionismo punitivo

Sulla vicenda CUA - Biblioteca - Polizia io nemmeno volevo entrare nel merito, ma tra commenti e giornalismi di bassa lega, schieramenti senza base logica, qui si esagera.

Vorrei aprire dichiarando innanzitutto che, a differenza delle opinioni che stanno emergendo, questa situazione non è una funzione dicotomica e inversa del tipo:
odio la Polizia quindi amo il CUA, 
amo la polizia quindi odio il CUA,
amo il CUA quindi odio la polizia,
amo i centri sociali quindi amo il CUA quindi odio la polizia, 
odio i centri sociali quindi odio il CUA quindi amo la polizia,

E così via estendendosi anche a tutti gli altri ambiti standard tipo stato - polizia, libertà - proteste, studenti-cua ecc...


Riportiamo il dibattito sulle due singole questioni, e sui suoi due attori fondamentali. 
Il CUA e la polizia, punto.

Sono due questioni e non dovete vergognarvi se il vostro pensiero non rientra nelle dicotomie inverse sopra dette, quindi svuotandoli dei loro collegamenti forzati abbiamo:
- il CUA, ovvero il collettivo universitario autonomo, che abbraccia diverse cause, dall'alta velocità ai precari dell'università, e quello che fa, come lo fa, può piacere o meno, a prescindere che si sia pro spazi sociali e realtà antagoniste o contro o non si abbia una opinione in merito
- la Polizia, che è un organo armato dello stato volto alla sicurezza e prevenzione, con addestramento specifico destinato a saper gestire le situazioni con il minor danno possibile in particolare sui civili

Ora, il CUA,  visto che l'università mette i tornelli che limitano l'accesso alla biblioteca di via zamboni 36 ai soli studenti, dopo altre manifestazioni di dissenso, ha occupato la biblioteca.
Questa manovra ha provocato consenso ma anche dissenso da parte anche degli stessi studenti.

La polizia è entrata nella biblioteca e ha risposto all'occupazione e alle provocazioni del CUA in modo serrato e violento, considerando il fatto che sono manovre su cui dovrebbero essere addestrati, considerando che stiamo parlando di CIVILI, il CUA infatti è un collettivo studentesco, non un gruppo armato, e questo nelle varie dicotomie si dimentica un po' troppo facilmente. 
La violenza non era necessaria vista la differenza di armi, assetto difensivo (antisommossa) e preparazione. 

Ora a me non interessa cosa pensiate del CUA, o meglio questo articolo non vuole parlare del CUA.

In questo post a me interessa invece parlare dell'altro soggetto e cioè la polizia e chiarire che la polizia non è un organo volto a scatenare i migliori auguri della nostra opinione negativa verso qualcuno.

Che non è uno strumento che nasce per esercitare la violenza ad ogni scostamento civile dall'ordine pubblico, non dovrebbe almeno, non in un paese democratico dove ribellioni, proteste e occupazioni possono essere anche semplicemente il sintomo di una parte di popolazione che deve poter rivendicare diritti senza essere minacciata di violenza.

La polizia, soprattutto, non è un organo punitivo, è un organo di sicurezza e controllo, e i commenti del tipo, "si meritino manganellate" o "gli stia bene", indicano che forse si sta fraintendendo la funzione della polizia, e anche le conseguenze di questo non proprio piccolo misunderstanding, perchè se lo Stato dovesse ragionare di pancia come sta facendo ora, anche le proteste per il lavoro, o contro un politico rischierebbero prima o poi, di essere sedate nel sangue.

La polizia in una democrazia non può essere innanzitutto la prima risposta ad una occupazione studentesca, non può essere poi così violenta, non può e basta, è un principio alla base della democrazia vs la dittatura, dove invece la polizia è un organo violento e punitivo con l'obiettivo specifico di "Punirne uno per educarne cento", cioè dissuadere chi non è d'accordo. La democrazia non è un sistema volto a dissuadere chi non è d'accordo ma volto a raccogliere in modo civile i disaccordi e a produrre una società più equa proprio grazie ai disaccordi. 

La polizia non può, in quest'ottica, e non per opinione, essere usata come prima soluzione per andare contro degli studenti disarmati che stanno occupando una biblioteca in modo così violento e questo a prescindere che voi sosteniate o no la manovra di occupare una biblioteca, che potete giudicare giusta o una cavolata, non importa.
A chi risponde "loro hanno occupato non hanno certo aperto un confronto", rispondo che un collettivo di studenti e lo Stato quando si comportano in modo antidemocratico non hanno assolutamente lo stesso peso e in una situazione di non minaccia all'incolumità di altri civili (non è che avessero ostaggi, o picchiato studenti) lo Stato deve agire secondo principi, non secondo una punizione non, agendo allo stesso modo ma in modo migliore e soprattutto non con la polizia come prima scelta.

Cosa ci appartiene della lettera di un suicida che non conosciamo

In generale, scrivo quando ho qualcosa da dire, questo è il principio che regola questo blog, non c'è la necessità di esprimersi su ogni avvenimento, ne su ogni fatto saliente.

Sulla vicenda di Michele, non ho sentito finora il bisogno di scrivere nulla di mio, perchè a leggere la lettera, le sensazioni ricevute sono state tante, non mi trovavo in nessuna semplificazione fatta che ho visto in giro tra commenti e quotidiani (è la politica, è il lavoro, era depresso, addirittura era debole, o grida del tipo "ecco come ci riducete" a un fantomatico nemico esterno, ecc..) ma di una cosa ero sicura, in quello che ci vedevo di quell'atto così intimo e personale, c'era qualcosa di sociale.

La depressione è un ambiente molto strano in cui vivere, è una stanza semibuia con le pareti di vetro deformante e insonorizzante, se non ci sei mai stato dentro, non la puoi capire e un po' bisogna saperlo accettare.

La depressione che si esprime in quella lettera, a me, che non ho conosciuto Michele e posso solo in qualche modo vedere dei collegamenti che però sono soggettivi, cioè sono frutto di quello che vedo io e interpreto io per le mie personali esperienze, per i miei studi e che quindi in primis non può assolutamente essere un punto di vista perentorio ne giudicante, la depressione di quella lettera, dicevo, è sembrata sociale.

Sociale perchè non viene da un fenomeno specifico e unicamente individuale ma viene da una pressione esterna che la persona non ha retto, così come è sociale il suicidio di chi viene verbalmente distrutto attraverso i social per una foto o un video diffuso. Non diremmo mai che è personale perchè la pressione che ha spinto all'atto personale, è sociale. 
La depressione della lettera, io l'ho interpretata così ma magari non lo è, trovo comunque giusto definire un discorso che da quella lettera scaturisce, perchè come tutti in quella lettera posso specchiarmi e vedere qualcosa che anche se non è detta da Michele, magari vale la pena dire. 

La depressione di quella lettera io la vedo fuori da quella lettera, nelle espressioni di rabbia da social, nelle repressioni poliziesche esagerate, nelle paure del nuovo che dilagano nei commenti e negli articoli, nella strumentalizzabilità delle persone. 

In tutto questo io ci vedo un isolamento delle proprie potenzialità, della propria capacità sociale, quella del confronto, anche di crescere inteso però come qualcosa che non sia una spinta contro se stessi per degli obiettivi chiari e condivisi, ma un germoglio con i suoi tempi, la capacità dell'albero di intersecarsi nella rete che gli è di mezzo, l'isolamento che non è mancanza di amici ma mancanza di qualcosa che è la scintilla per fare tutte le corse che servono a vivere, è anche l'isolamento della propria rabbia.

Ci vedo l'isolamento dalla passione, passione non amorosa ma ideale, collettiva, politica, sociale, la passione di essere e fare qualcosa in cui si crede e basta.

Tutto questo in nome dell'efficienza, il sacrificio che ci si dice, è sopportabile e necessario, in nome di un immaginario brillante che coincide con il lavoratore pimpante e inesauribile, vestito bene, acclamato per le proprie capacità, che raggiunge obiettivi, macina strada, si accasa, come un essere umano sempre in corsa con pochi obiettivi molto chiari. 

Mi sono trovata a pensare che sempre più, ci troviamo ad assistere a chiusure, regolamentazioni implicite e non, istituzionali e popolari sugli aspetti della nostra esistenza, personali ma anche sociali, che poi diventano chiusure di quello che siamo.

Per chiusura intendo la restrizione delle attività possibili oltre il lavoro (che comunque resta anche un po' inspiegabilmente la nota fondamentale su cui tarare il resto del tempo, che identifica la nostra personalità, il nostro posto nel mondo, sembra che anche solo il chiedersi se questo sia normale e dovuto in quanto esseri umani, già ci renda un po' strani) e delle modalità con cui metterle in pratica, sempre più definite in ambiti accettabili e in qualche modo estremamente esperienziali ma fruibili, non partecipanti.

La compartimentazione delle nostre possibilità, capacità, occasioni che allo stesso tempo diventano individuali e non collettive, ma soprattutto sono o devono essere in qualche modo funzionali a qualcosa. 

Ci si priva di confronto, anche di scontro, dello scomodo, del brutto, di quello che non capiamo, che non ci piace, ma non ci accorgiamo che così facendo ci priviamo della possibilità di crescita non solo personale, ma collettiva, la possibilità di essere qualcosa di diverso, capire qualcosa di diverso e affrontarlo, discutere, dibattere, affrontare le paure, ascoltare altre opinioni, cambiare idea.

Cambiare idea come processo è tra i più faticosi e interessanti che possano capitarci, soprattutto quando parliamo di pilastri della nostra personalità come la religione o la politica, se ci priviamo di questa possibilità togliendo gli elementi di scontro, eliminando quello che ci sembra inadatto al nostro esatto modo di vivere, (è personale) ci priviamo di vitalità, di socialità e di capacità che magari non sono funzionali al lavoro ma a noi sì, e ci priviamo della capacità di rispettare ciò che non capiamo o non condividiamo.

Molto spesso si fruisce di attività e gusti che durano il tempo di usarli.
Consumiamo attività ed esperienze come prodotti, consumiamo la cultura attraverso i musei, i post, e tendenzialmente mettiamo in teche tutto quello che non è l'ambito che ci compete come lavoratore o parente, categorizziamo quello che ci compete da quello di cui effettivamente fruiamo da spettatori o meglio ancora da consumatori.

Siamo consumatori sociali, culturali, sportivi e alimentari, in cerca costantemente di prodotti nuovi che ci diano dei momenti vissuti che purtroppo però si esauriscono, alla fine della consumazione, e rnon restano dentro abbastanza, senza interruzioni per poi condurci a un'azione.

Chiudo dicendo che Michele ha avuto dei motivi che noi non possiamo ne sapere con certezza ne giudicare, ma che la sua lettera ci ha lasciato probabilmente involontariamente, uno spazio di identificazione che può farci guardare e ragionare sui meccanicismi di efficienza e di consumo di vita a comparti in cui ci stiamo chiudendo.

Riporto un articolo, uscito su l'Espresso, l'unico che ho trovato davvero bello e ben scritto sulla vicenda.

domenica 5 febbraio 2017

Imparare dai migliori (dei peggiori) - Neoliberisti, Settore pubblico e Sociale

Leggendo l'articolo che parla di una nuova iniziativa della polizia postale contro il cyberbullismo, qualche notizia più in giù di una Marine Le Pen agguerrita contro Nato ed Europa, in linea con una chiusura sul piano cooperativo e umanitario che sta investendo l'Europa, mi è sembrato necessario affrontare il tema di come il settore pubblico (italiano) si stia rapportando ai fenomeni sociali.



Da Marine Le Pen è facile collegare, l'altrettanto antiumanista e mitologico Donald Trump, che sembra un treno in deragliamento di impopolarità sociale, ma che, come sostengo da quando è stato eletto, e come conferma tristemente il sindaco di Vagli che sta investendo 80 mila euro per una statua al neo presidente come simbolo della coerenza politica, Trump sta solo facendo ciò che ha promesso.

Infatti Trump è esattamente ciò che è sempre stato, un neoliberista, un capitalista che ha come priorità la crescita dell'economia e delle imprese, e dell'America come ideologia nazionalistica, e infatti sta facendo il più possibile l'interesse delle imprese americane.

Priorità che prevalgono su tutto, dalla vita umana esterna all'America, alle donne (considerate da sempre parte minoritaria e scomoda del mondo del capitalismo che si basa su un ritmo di lavoro specifico, una dedizione ad esso totale e quindi diciamocelo, ha bisogno della maternità per produrre figli della nazione e deve crescerli senza togliere tempo agli uomini che non hanno legami biologici necessari, quali l'allattamento).

Mi incuriosisce sempre molto, vedere quello che i comuni e gli stati fanno per le imprese in ottica neoliberista, cioè favoriscono il loro accesso alle risorse affinchè possano crescere (limitandone più o meno i danni), ma soprattutto, limitano la propria presenza autoritaria e dall'alto. 

Trump fa ciò che è meglio per loro, il neoliberismo, si prende cura del capitale e lo sa fare, spiana la strada, rimuove gli ostacoli senza diventarne il controllore, anzi di fatto limitando il più possibile la propria presenza e limitandola ad una sorta di aquila protettrice esterna.
Basti pensare all'oleodotto in Dakota, ma anche alla riduzione delle tasse, dei limiti ambientali.
Possiamo, da europei, da interessati al sociale, ambientalisti, femministi ecc... disgustarci e guardare a Trump come a un nemico di cui evitare ogni comportamento, oppure possiamo scendere dalla nostra montagna di giustizia e capire che andrebbe studiato.

Paradossalmente infatti, l'Italia, uno di quei paesi che si impegnano nel cercare di arginare le problematiche sociali, non ha lo stesso tipo di atteggiamento con i soggetti da proteggere.

Un truck della polizia postale in mezzo a una città, con tanto di spiegamento di fondi, forze e investimenti, può essere utile forse per i genitori delle vittime, se questi ne hanno parlato in casa, ma non è uno strumento capacitativo della società per autoprodurre il comportamento che serve ad arginare il bullismo.
Difficile pensare di arginare un fenomeno così diffuso e invisibile eppure così sotto gli occhi di tutti, attraverso una manovra esterna, fisica e dall'alto.

In giorni di dichiarazioni di sgomberi di spazi sociali, di istituzionalizzazione della vita pubblica attraverso bandi e convenzioni alle associazioni, di pessime campagne di comunicazione promosse dallo Stato (come il fertility day), e al contempo di comportamenti sempre più irrazionali, spaventati e cinici da parte della popolazione verso le sacche di disperati che arrivano in Italia o le donne, è evidente che si stia creando una forte disparità tra ciò che lo Stato cerca di ottenere e quello che effettivamente ottiene quando si tratta di sociale.

Lo Stato italiano e i comuni fanno programmi di intervento sui nuovi fenomeni spesso privi di aderenza con la realtà, sono statici, autoritari, limitati nel tempo, tipicamente legati all'istituzione, cioè arriva un'ente, ti dice cosa è giusto e cosa è sbagliato, e se ne va. 
Questo senza contare l'inutile spreco di soldi che si investe. 
Peggio ancora, elimina più o meno indirettamente tutte quelle realtà che si occupano dei fenomeni sociali ogni giorno, associazioni, attività e partecipazioni spontanee che si occupano di socialità, cultura, partecipazione sociale ed equità.

Le rimuove lasciandole alle intemperie del mercato, alla guerra ai bandi, ma come troviamo anche nel libro di Giovanni Moro "Contro il non profit" (un titolo molto fuorviante rispetto al suo vero intento) le associazioni, i gruppi spontanei, i comitati di quartiere, i collettivi, i centri sociali che ne sono più penalizzati sono proprio quelli che si occupano di diritti e non di servizi quantificabili, oppure che non producono posti di lavoro e redditi monetari, si entra nel paradosso assurdo per cui le organizzazioni che davvero promuovono attività e advocacy non a scopo di lucro non sono abbastanza lucrativi da sopravvivere. I comuni attualmente si comportano come mecenati di associazioni, il problema è che se tutto risponde a un organismo specifico, tutto si appiattisce al gusto di quest'ultimo, in questo caso dell'istituzione. Appunto come quando il mecenate principale era la Chiesa, della storia artistica ci restano tantissime Madonne con Bambino, tutte diverse, ma senza molto altro.
Molte tematiche possono poi non piacere alle istituzioni che si devono fare garanti (e che quindi in qualche modo mettono la faccia) perchè incomprese o impopolari, o avanti per l'epoca, dannose per l'immagine elettorale e così via.
Prendiamo la coscienza sulle droghe attuali, l'omosessualità una ventina di anni fa.

Poi altri sono i problemi, dipende anche dalla tendenza politica dell'istituzione locale, dai suoi ideali politici (un esempio specifico è l'aborto con Trump, in uno stato in cui la fascia più povera dipende oltretutto in modo esagerato dalle associazioni sanitarie non profit, non finanziare quelle che supportano nella scelta di abortire significa di fatto, togliere a molta parte della popolazione una possibilità concreta e favorire il rischio di salute).
Dipende poi anche dagli obiettivi sul territorio, come i piani edilizi, gli incentivi alle imprese, di fatto la sopravvivenza delle organizzazioni più o meno ufficiali dipende da quanto queste sono in linea con gli obiettivi comunali, senza nessuna garanzia e che oltretutto possono essere completamente diversi di giunta in giunta, non permettendo nemmeno la pianificazione a lungo termine richiesta da un sistema che si basa sull'integrarsi nel o addirittura il creare un tessuto sociale.

Lo Stato quando si occupa superficialmente di questioni che osserva da fuori e che cerca di migliorare entrando in azione "come istituzione", il più delle volte attua quasi esclusivamente la cosiddetta sensibilizzazione (non solo lui, se volete ho scritto un altro post in merito), e poco più, i fondi non ci sono, si passa ad altro.

Soprattutto, quello in cui manca, è supportare le capacità umane della cittadinanza. Combattere il bullismo dall'alto, è una battaglia persa, lo capisce anche un bambino che non ci sono i numeri e le forze sono al massimo della disparità tra controllo e potenziali bulli.
Lo stato non potrà mai controllare il bullismo online senza distruggere qualsiasi privacy, sarebbe come controllare le conversazioni di ognuno di noi, sempre, e non può sicuramente fare educazione con una serie di diapositive su quanto sia brutto il bullismo una volta l'anno considerando la complessità del fenomeno e la sua totale integrazione nella quotidianità.

Le persone poi, i ragazzi, non sono stupidi, sanno benissimo che il bullismo fa male, è ovvio che lo sappiano, così come i fumatori sanno che il fumo fa male, gli alcolisti che l'alcol fa male e così via, eppure ancora ci troviamo le immagini di uomini nudi e tristi con scritte sull'impotenza sui pacchetti di sigarette e tabacco.

Il settore pubblico scende dall'alto ed è evidente che non abbia ne gli strumenti ne le forze per contrastare il bullismo giovanile, soprattutto online perchè è un fenomeno umano capillare, non si può bloccarlo dall'esterno con una manovra mediaticamente visibile, bensì è necessario arginarlo dall'interno come il sistema immunitario di un organismo.

Significa che un Comune, ad esempio, dovrebbe prendersi cura di cosa avviene sul suo territorio limitando ciò che può stimolare dei comportamenti negativi, in primis nella parte che può controllare, ossia imprese, authority e se stesso. Quali comportamenti favoriscono le imprese sul territorio? I loro prodotti? A prescindere da quanti soldi portino in città, quanto ha senso eliminare dal centro storico i centri sociali, considerati antiestetici e riempirli invece di negozi? Insomma il settore pubblico dovrebbe innanzitutto conoscere i fenomeni sociali, capirne i meccanismi e favorire quelle realtà che possono effettivamente arginarne le cause incrementali, parliamo di realtà che promuovono socialità e confronto, abbattimento di barriere economiche, attività sportive gratuite, interessi diversi. Dovrebbe conoscere a fondo anche queste realtà, non tramite i loro bilanci e le loro mission e favorirle, piuttosto che investire in un depliant con foto irrealistiche di persone "brutte" che fumano o bullizzano.
Ad esempio, una delle cose su cui i comuni non vanno assolutamente ne a valutare ne a misurare è la partecipazione dei cittadini, attenzione, non la fruizione di servizi, ma l'effettiva partecipazione sociale dei cittadini. Non solo quante persone vengono agli eventi ma quante persone hanno poi parte attiva nelle organizzazioni, nella creazione, nell'advocacy ecc...

Lo Stato, in passato, ha dovuto chinare il capo e accettare la sconfitta di non essere efficiente nel gestire il settore privato direttamente, a maggior ragione, dovrebbe accettare di non potersi sostituire al libero arbitrio, ne alla coscienza dei suoi abitanti, ma dovrebbe promuovere le risorse che consentano di nutrire coscienza e rispetto, partecipazione e socialità.

Non è un caso che i comuni siano sempre più attenti ad associazioni di fruizione culturale ma non alla partecipazione, è più quantificabile, è comodo e non crea problemi alle amministrazioni. Questo calo della partecipazione come valore, si rispecchia in un dato molto semplice, ed è la partecipazione alle urne sia per referendum (possiamo fare eccezione con il referendum costituzionale) e per le elezioni.

Capire questo significa non solo promuovere le realtà che si occupano di socialità e coscienza pubblica ma anche esercitare riflessività e non ammettere comportamenti politici o di stampa offensivi della persona (basti guardare Libero quotidiano o il Giornale).

Le manovre e le pubblicazioni dello Stato sul sociale, permeano ancora di quel buonismo irreale e quella dicotomia fastidiosa tipica delle pubblicità rivolte ai giovani che usano impropriamente lo slang giovanile risultando irritanti e ridicole, oltre che anacronistiche.
Non è difficile capire che il punto è che sono comunicazioni e manovre fatte da persone che non capiscono il fenomeno e probabilmente non potranno mai capirlo a fondo, apposta, deve essere chi vive il fenomeno ogni giorno, l'elemento in grado di arginarlo e ridurlo.

Abbiamo una tv basata sulla competizione, la spocchia e l'insulto ironico, o programmi e fiction fuori dal linguaggio reale, dalle situazioni e dalle problematiche, abbiamo una politica basata sui sofismi, lo scandalo e la strumentalizzazione delle tragedie e un giornalismo che puzza di disperazione da fondi pubblicitari, in pratica abbiamo un sistema politico e mediatico che supplica il mondo economico di fondi per sopravvivere e vincere, strizzando l'occhio alla dicotomia perdente/vincente e conseguenti comportamenti che si porta dietro.

Difficile pensare che uno Stato di questo tipo possa davvero arginare fenomeni di cyberbullismo nei giovani, nel loro mondo pubblico/privato quando di fatto non riesce a vedere il fenomeno nemmeno su se stesso.

Gli imprenditori e i neoliberisti in generale, sono bravi in quello che fanno, come Trump, sono coerenti, il settore pubblico sul sociale invece non lo è, in questo dovrebbe decisamente impara dai migliori dei peggiori.